Da La Repubblica del 25/10/2005

Rovesciando le previsioni, il 63,9% si è opposto al divieto di vendita di pistole, fucili e munizioni. Anche l'Onu con l'esecutivo

Armi, il Brasile boccia Lula

Il governo voleva il bando totale, ma al referendum vincono i no

Lo slogan vincente: "Lo stop colpisce solo gli onesti"
Anche la Chiesa cattolica e molte Ong si erano schierate per il sì

di Omero Ciai

BUENOS AIRES - Il Brasile ha detto no al divieto totale di vendita di armi e munizioni. Domenica due terzi (il 63,9%) dei 122 milioni di votanti hanno respinto la proposta di mettere al bando l'acquisto di armi votando "no" al referendum voluto dal governo Lula. Una sconfitta netta e in parte anche inattesa perché due anni fa, quando il Parlamento brasiliano approvò la prima legge che regola l'acquisto delle armi, i favorevoli ad un embargo totale erano, secondo i sondaggi, una chiara maggioranza. La tendenza favorevole al divieto in un paese dove ogni anno ci sono 32mila omicidi con armi da fuoco (il 20 percento del totale mondiale) è andata modificandosi nelle ultime settimane, alla vigilia del referendum e, nonostante adesso il governo neghi qualsiasi risvolto politico al risultato finale, non si può escludere che lo scandalo dei finanziamenti illegali al partito del presidente abbia avuto la sua importanza nella scelta dei brasiliani.

A uscire nettamente sconfitto è il presidente. Ma con lui s'erano schierati apertamente la Chiesa cattolica, le grandi organizzazioni non governative internazionali che operano in Brasile e, perfino, le Nazioni Unite. Tutti convinti che il Brasile potesse diventare un esempio, il primo grande paese del Terzo Mondo che sceglieva la strada della lotta aperta ad una piaga, quella dei morti in scontri con armi da fuoco, che colpisce soprattutto i più giovani, tra i 15 e i 24 anni: nel giro di un quarto di secolo, tra il 1979 e il 2003, gli omicidi con armi da fuoco, sono aumentati, tra i giovani brasiliani, del 640%.

Il dato più incredibile riguardo al referendum è che, appena tre settimane fa, secondo il più accreditato istituto di sondaggi locale - Datafolha - (che di solito azzecca le elezioni al millimetro) a dire "sì" alla proibizione sarebbero stati l'81% dei votanti.

Niente di più falso. Adesso, oltre alle difficoltà del presidente Lula, i commentatori brasiliani segnalano che i contrari alla proibizione hanno avuto gioco facile nello spiegare che l'embargo avrebbe colpito soltanto "le persone oneste" mentre non avrebbe avuto nessuna conseguenza per i "delinquenti" che, comunque, acquistano mitra e fucili nel mercato illegale. Così l'idea che essere armato rappresenti un diritto individuale del cittadino di fronte all'incapacità dello Stato di difenderlo dalla delinquenza organizzata è stato lo slogan centrale della campagna della destra brasiliana che, alla fine, ha avuto ragione di tante buone intenzioni.

Una sconfitta netta, quella di ieri, anche per tutta la sinistra brasiliana: i due fronti, favorevoli e contrari, erano infatti anche ben delineati politicamente. Destra contro l'embargo, sinistra a favore. Ma con argomenti ideologici e deboli. E' assolutamente vero infatti che l'embargo non avrebbe neppure sfiorato il mercato nero delle armi: avrebbe solo impedito di acquistarle legalmente. E adesso la destra ha un argomento in più per colpire il presidente brasiliano. «Per organizzare il referendum sono stati spesi 220 milioni di dollari - dice Jorge Bornhausen, deputato del fronte per la legittima difesa - non sarebbe stato più utile utilizzarli per migliorare la sicurezza dei cittadini?».

Infine un dato sociologico: a votare in stragrande maggioranza, con punte dell'80%, contro la proibizione sono state le regioni più ricche del Brasile, quelle a sud di Rio de Janeiro. Quelle dove la sinistra è storicamente al governo e dove gli argomenti a favore dell'embargo avrebbero dovuto avere più simpatizzanti.

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