Da La Repubblica del 14/10/2005

Scacco al Cremlino

di Sandro Viola

LA GUERRIGLIA cecena sta portando i suoi attacchi sempre più a nord. In due anni è passata dalla Cecenia all'Inguscezia, quindi all'Ossezia del Nord, adesso al Kabardino-Balkaria. Come dire che riesce a perforare l'intero dispositivo di sicurezza russo nel Caucaso settentrionale.

E questo nonostante che dopo la terribile strage dell'anno scorso a Beslan la regione fosse stata affidata ad uno dei più stretti collaboratori di Putin, Dmitrij Kozak, e vi fossero affluite ingenti forze di polizia. L'attacco di ieri a Nalcik, capitale della repubblica autonoma del Kabardino-Balkaria, condotto da parecchie decine di guerriglieri islamisti, dimostra quindi, ancora una volta, che la concentrazione pressoché totale dei poteri nelle mani di Vladimir Putin non serve a rendere più efficiente e affidabile l'apparato di sicurezza.

La guerriglia cecena continua infatti nelle sue spettacolari e sanguinose azioni terroristiche con una regolarità sorprendente: a ottobre 2002 la presa d'ostaggi nel teatro moscovita della Dubrovka, a settembre 2004 Beslan, a ottobre 2005 Nalcik.

Quanti morti abbia provocato l'attacco di ieri, non lo sappiamo. Il ministero degli Interni russo parla di ottanta vittime e un centinaio di feriti, quasi tutti tra i guerriglieri, ma fidarsi delle fonti ufficiali moscovite sarebbe, dati i precedenti, un errore. Non si può infatti dimenticare la serie delle menzogne che accompagnò il massacro dei bambini a Beslan.

Per un giorno intero Mosca sostenne che gli ostaggi della scuola Numero 1 fossero centosessanta, per metà del giorno dopo parlò di trecento, e solo a strage avvenuta ammise che gli ostaggi erano in realtà millecento. Lo stesso accadde con il numero dei morti, tanto a Beslan quanto l'anno prima al teatro della Dubrovka. Il Cremlino cercò finché fu possibile di minimizzare l'entità delle due stragi, e solo dopo qualche giorno affiorarono le cifre vere. È quindi assai probabile che il conto delle vittime dell'attacco a Nalcik sia destinato ad aumentare.

In una fase come quella che viviamo, con il terrorismo islamico capace di colpire ovunque, dall'Europa all'Asia e all'America, le scorrerie cecene nel Caucaso settentrionale potrebbero apparire come uno dei tanti episodi cui ci sta abituando l'imperversare, per ora indomabile, della furia jihadista.

Ma il caso russo è sotto vari aspetti un caso a parte. Intanto perché all'origine del terrorismo ceceno c'è una rivolta indipendentista scoppiata già dodici anni fa, e poi proseguita - tranne una tregua dal '96 al '99 - sino ad oggi. Una vera e propria guerra, in cui i russi hanno compiuto rappresaglie agghiaccianti, hanno raso al suolo la città di Grozny, senza mai cercare un accettabile compromesso politico che ponesse fine a tanti anni di violenza.

Come ha scritto nel suo libro «La Russia di Putin» Anna Politkovskaya, la giornalista russa che ha seguito più da vicino la guerra in Cecenia, la sola risposta che il Cremlino ha saputo dare è stata «un terrorismo antiterrorista».

Ma il caso russo è anomalo anche per altre ragioni.

Negli altri paesi dove ha colpito in questi anni, il terrorismo jihadista può soltanto compiere attentati, magari devastanti ma pur sempre opera di poche persone. In Russia, invece, si muove ormai in forze: decine di armati che passano da una zona a un'altra beffando polizia, truppe del ministero degli Interni e servizi segreti, assaltando città e sgominando – almeno in un primo momento – gli apparati di sicurezza. Il che avviene in un paese preso in consegna cinque anni fa, con l'ascesa di Putin al Cremlino, da un gruppo di persone, i cosiddetti «siloviki», che provengono appunto dall'apparato di sicurezza e dai servizi segreti.

Tendenti per formazione e mentalità a un esercizio autoritario del potere, avendo già fatto un bel po' di danni (mettendo il guinzaglio a giornali e Tv, isolando gli oppositori politici) alla vita democratica russa, ci si sarebbe potuto attendere dagli ex ufficiali del Kgb almeno un'efficiente difesa contro il terrorismo. Ma non è così. Il Putin che nell'autunno '99, allora primo ministro, aveva detto dopo due attentati a Mosca che avrebbe inseguito i terroristi anche «nel cesso», annullandone una volta per sempre la minaccia, non è ancora riuscito a liquidare le forze del capo guerrigliero ceceno Shamil Basaev. Le quali, sempre meglio armate e con maggiore audacia, continuano a scorrazzare in tutto il nord del Caucaso lasciando sul terreno centinaia di morti.

Per un regime che ha puntato tutto sulla promessa della «stabilità», della legge e ordine, e che per far questo ha eroso negli ultimi cinque anni il ruolo d'ogni altra istituzione al di fuori del potere esecutivo, l'attacco ceceno di ieri a Nalcik costituisce uno scacco gravissimo: per non dire una sconfitta.

Bisognerà ora vedere quali saranno le reazioni del Cremlino. Dopo la strage di Beslan, infatti, Putin annunciò un giro di vite sulle procedure democratiche.

Niente più elezioni dei governatori regionali, che adesso sono nominati dal presidente, niente più collegi uninominali per le elezioni al Parlamento, e nuovi finanziamenti e poteri per gli apparati di sicurezza. Se la risposta sarà anche stavolta la stessa, il carattere del regime russo si farà ancora più autoritario. E la guerriglia cecena resterà indomita a terrorizzare la Russia.

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