Da The Indipendent del 11/10/2005

Mentre i soccorsi di stato continuano a tardare, la zona si riempie di volontari: "Qui ci sono musulmani che hanno bisogno di aiuto"

Balakot, la città che non c'è più

Al posto di case, scuole e ospedali solo una distesa di macerie

In una delle scuole del paese c'erano 317 bambini: solo due sono riusciti a salvarsi
Un volontario contesta le cifre ufficiali: solo qui sono scomparse almeno 20mila persone

di Justin Huggler

BALAKOT (PAKISTAN) - Questa è la città che ha cessato di esistere. Dove un tempo sorgeva Balakot oggi c'è una montagna di macerie. Ogni cosa è rasa al suolo: scuole, case, negozi, fabbriche. Per attraversare le rovine della città occorre arrampicarsi su un grande cumulo di cemento e mattonelle blu che qualcuno scelse un tempo per la propria cucina. Sotto ogni cumulo giacciono dei corpi.

Ieri il governo pakistano ha detto che il devastante terremoto di sabato scorso ha spazzato via un'intera generazione di bambini pakistani. A Balakot, così come in tutte le cittadine di questa regione, è andata molto peggio di così. Ad essere spazzate via sono state tutte le generazioni. «Si dice che il terremoto abbia ucciso 19.000 persone in Pakistan, ma io credo che nella sola Balakot ne siano scomparse 20.000», ha detto Sohrab Khan, un volontario arrivato a dare la mano con le squadre di soccorso.

Sulle montagne e nelle valli del Pakistan settentrionale sono scomparse intere comunità. Quando si riesce a riaprire le strade dalle slavine che le bloccano, si scopre che quelle strade non portano più da nessuna parte, se non a cimiteri di rovine. E al solito sono i bambini, i più piccoli, a far registrare il bilancio più grave.

Ieri, laddove un tempo c'era la scuola di Balakot e oggi c'è un'enorme montagna di rovine di cemento, si stava ancora scavando. All'interno della scuola, quando è arrivato il terremoto, c'erano 317 bambini. Soltanto due ne sono usciti vivi. Alla scuola non sono mai arrivate squadre di soccorso: gli abitanti del posto scavavano nelle macerie a mani nude, cercando di tagliare il ferro dei tondini con un semplice seghetto per metalli. Un uomo ha trovato il quaderno di un alunno tra le macerie e si è seduto a sfogliarne in silenzio le pagine.

«Silenzio! Fate silenzio!» ha gridato qualcuno. «Si sentono delle voci chiamare aiuto». La folla si è radunata in cima ai resti dell'edificio. Molti in quella folla sono i genitori dei bambini intrappolati. Tutti hanno fatto silenzio poi, come un sol uomo, hanno iniziato a pregare per i bambini, in un sommesso brusio che si levava al cielo, mentre le lastre di cemento tremavano pericolosamente sotto i loro piedi. Pochi di quei bambini potranno sopravvivere ancora a lungo. La maggior parte di loro, probabilmente, è già morta, e Balakot è pervasa dalla rabbia, perché nessun aiuto è ancora arrivato da parte del governo pakistano.

A Balakot si vedono cadaveri dal mattino alla sera. La gente scava alla ricerca di sopravvissuti, ma trova soltanto corpi senza vita. Li conduce verso il cimitero, trasportandoli su barelle. Un uomo porta la figlioletta morta tra le nude braccia. La bambina è così leggera da non aver bisogno di essere portata in barella. La testa ciondola senza vita tra le braccia del padre, che piange mentre la trasporta.

Ben prima di raggiungere Balakot si intravedono lunghe file di gente che si dirige verso la città in rovina, snodandosi lungo i fianchi delle colline, giù nelle valli del fiume. Migliaia di persone, in marcia con picconi e pale in spalla, con fagotti di cibo e coperte per i sopravvissuti sotto il braccio. C'è anche una lunga colonna di volontari, un esercito del popolo che viene a fare quello che la gente ha detto che il governo e l'esercito pakistano hanno omesso di fare: dare una mano.

Ibrahim Habib è arrivato da Peshawar, nei pressi della frontiera afgana, a quasi quattro ore d'auto da qui. Quando gli si chiede se avesse amici o parenti in questa città risponde: «No, sono venuto perché qui ci sono dei musulmani che hanno bisogno di aiuto». Ma è molto arrabbiato: «Io sono arrivato fin da Peshawar. Dove è l'esercito?».

Ognuno di quelli che sono arrivati qui ha le sue buone ragioni per esserci. Nelle rovine di un edificio adibito ad albergo in pieno centro cittadino tre persone erano ancora vive, intrappolate sotto le macerie. Incuneato in uno stretto pertugio sotto le macerie, che avrebbero potuto crollare su di lui in qualsiasi istante, c'era un giovanotto in pantaloni mimetici. È un militante di Harkatul-Mujahideen, una fazione appoggiata dal governo pakistano che infiltra militanti nel Kashmir amministrato dall'India. Si tratta di un gruppo condannato in Occidente perché "terrorista". È risaputo che gruppi come questo hanno allestito campi di addestramento nella zona. «Eravamo nella sede di Harkat ul-Mujahideen quando è arrivato il terremoto», ha detto Tabark Hussein, il militante di 29 anni che dice di averne trascorsi sei a combattere sulla frontiera contro l'India. «Il nostro comandante ci ha detto di partire e di venire a dare aiuto».
Annotazioni − Articolo pubblicato il 11/10/2005 su "la Repubblica". Traduzione di Anna Bissanti.

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