Da La Repubblica del 10/10/2005

Una tragedia lontana dai riflettori per il Kashmir pochi aiuti in arrivo

Il Pakistan non commuove, l'effetto tsunami non si farà sentire

I paesi ricchi hanno le casse prosciugate da altre calamità e dai tagli ai bilanci. E i privati non si sentono coinvolti

di Federico Rampini

E' l'anti-tsunami: non ci sono paradisi turistici per occidentali nel Kashmir, a differenza che a Phuket, non ci sono le camere digitali né i videotelefonini o gli sms per trasmetterci l'orrore in diretta. Questa volta la distruzione ha colpito un Terzo mondo primordiale, una miseria arcaica e appartata che non ha un posto nella nostra era.

È una regione vasta nel cuore dell'Asia, contesa fra due potenze nucleari, eppure l'economia globale non l'ha mai sfiorata. Gli abitanti vivono con meno di un dollaro al giorno.

Proprio loro che ne avrebbero più bisogno riceveranno una minuscola frazione della solidarietà internazionale, rispetto alle vittime di altre calamità naturali che hanno colpito il nostro mondo: le regioni dei villaggi-vacanze a cinque stelle nei mari del sud-est asiatico, o la città di New Orleans. Questa volta le vittime hanno volti che non vedremo perché neppure la Cnn è riuscita a trovare immagini dalla terra più dilaniata, da molte decine di villaggi distrutti ai piedi dell'Himalaya. Perfino l'esercito pachistano ha dovuto rinunciare ai riflessi automatici della propaganda, ha ammesso di avere un'idea approssimativa del bilancio delle vittime perché è incapace di raggiungere la maggior parte delle zone disastrate, isolate dalle frane, con strade e ponti distrutti. Non sono solo paesini piccoli ma vere e proprie città come Muzaffarabad, la capitale del Kashmir sotto controllo pachistano, dove la stima dei morti ieri sera era a quota 11.000.

Due giorni dopo la prima scossa la maggior parte della popolazione colpita non aveva ancora visto un'anima viva dalle regioni vicine, dalla capitale del Pakistan, dal resto del mondo. Anche a soli 90 km da Islamabad regnano la solitudine e l'abbandono. Le poche organizzazioni umanitarie che avevano già dei piccoli nuclei di volontari insediati in quei luoghi prima del terremoto, come Medici senza frontiere, descrivono cittadine rase al suolo, senza più un solo edificio agibile, neppure un pronto soccorso. Gli esperti di Oxfam sul posto confermano che in ampie zone è crollata ogni abitazione e manca semplicemente tutto: acqua, cibo, coperte, tende, medicine. Lo spettacolo d'impotenza è tale da costringere il presidente pachistano, generale Pervez Musharraf, a un gesto senza precedenti per il suo regime: un accorato appello perché la comunità internazionale mandi aiuti. Purtroppo la comunità internazionale ne manderà in misura limitata. Le grandi agenzie governative dei paesi ricchi hanno già le casse prosciugate da altre calamità e dai tagli di bilancio. I privati non riusciranno a sentirsi veramente coinvolti, per mancanza di affinità, per scarsità di immagini, perché il dolore di quella gente è troppo lontano.

È desolante sapere che la misera umanità del Kashmir è da decenni la posta in gioco di una costosa escalation militare per la quale i protagonisti non hanno risparmiato spese: la tensione fra India e Pakistan ha più volte rischiato di degenerare in guerra atomica.

È una regione circondata e presidiata da due fra i più grandi eserciti del pianeta, una condizione teoricamente ottimale per far scattare in tempi rapidi un dispositivo di salvataggio. La terra così ambita da due giganti asiatici per complesse ragioni geostrategiche, da due giorni è diventata di colpo remota e inaccessibile. Dopo anni di occupazione militare e di vessazioni questo sembra un tragico insulto del destino per quelle popolazioni che hanno bisogno proprio lì e ora di truppe: possibilmente addestrate anche nella protezione civile. Sul lato indiano (dove esiste una stampa libera e abbiamo accesso a informazioni più complete) già ieri era esplosa una prima drammatica protesta con blocchi stradali di contadini esasperati per la lentezza nell'arrivo dei soccorsi. Dal lato pachistano uno dei territori devastati dal sisma - la provincia di Manehra - era notoriamente una base di addestramento di milizie islamiche gestita da Al Qaeda. Il ruolo del Pakistan come alleato privilegiato degli americani nella lotta ai talebani, e la conseguente concentrazione di forze armate in quella zona, sembrano di colpo irrilevanti: intervistato in diretta dalla Bbc, ieri sera il generale Musharraf ha sostenuto che gli mancano elicotteri per gli aiuti. Intanto decine di migliaia di contadini stanno scavando tra le macerie a mani nude per salvare qualche superstite. Per loro i primi soccorsi arriveranno, quando arriveranno, a dorso d'asino. L'unica nota rasserenante ieri è stata la telefonata di solidarietà tra il premier indiano Manmohan Singh e Musharraf. Resta da vedere se l'uno e l'altro accetteranno davvero l'arrivo di squadre straniere nel territorio conteso, con l'inevitabile aumento di visibilità e le conseguenti "ingerenze" umanitarie.

Gli ultimi dodici mesi passeranno alla storia come un periodo particolarmente tragico per le calamità naturali che hanno colpito il pianeta. Dallo tsunami a Katrina è stata rivelata una catena di imprevidenze e impreparazioni che non risparmiano nessuno: dai paesi emergenti alla superpotenza americana, dalle amministrazioni nazionali alle agenzie dell'Onu (ancora pochi giorni fa duramente criticate dalla Croce Rossa per sprechi e inefficienze nella gestione degli aiuti post-tsunami). Esiste un'emergenza mondiale nel campo della prevenzione dei disastri naturali e della protezione civile. Sono compiti gravemente sottodimensionati e trascurati perfino nei paesi più ricchi. I diseredati del Kashmir, che non hanno neppure una vaga idea dei nostri livelli di benessere, non capirebbero nel sentirsi paragonati ai neri di New Orleans. Ad alleviare le loro sofferenze basterebbe un centesimo degli aiuti che l'America sta spendendo adesso per il suo dopo-uragano. Non avranno neanche quello.

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