Da New Statesman del 29/09/2005

La parodia dell'intera vicenda irachena

di John Pilger

Siamo destinati a non ottenere nessuna spiegazione da parte della Gran Bretagna per l'evento funesto di Basra? Dovremmo accettare l’abituale arroganza del ministro John Reid?

Ecco alcune domande che non hanno trovato ancora risposta.

È vero o non è vero che sono stati trovati esplosivi ad alto potenziale e un detonatore nell’auto dei due militari delle Special Air Forces britanniche (SAS) “liberati” dalla prigione irachena di Basra il 19 settembre? Se sì, cosa avevano in mente di farci? Perché l’esercito britannico ha rilasciato l’improbabile versione dei fatti che raccontava di mezzi blindati schiantatisi contro il muro di un carcere?

Secondo quanto riportato dal governatore di Basra, che ha collaborato con britannici, cinque civili sarebbero stati uccisi dai soldati inglesi. Un giudice ha detto nove. Quanto vale la vita di un iracheno? Siamo destinati a non dover ottenere nessuna spiegazione da parte della Gran Bretagna per questo evento funesto? Dovremmo semplicemente accettare l’abituale arroganza del ministro della difesa John Reid? “La legge irachena è molto chiara”, ha dichiarato. “Il personale britannico in Iraq è immune dai processi legali”. Peccato che si sia dimenticato di aggiungere che questa fasulla immunità è un’invenzione degli occupanti stranieri dell'Iraq.

Assistere alle gesta dei giornalisti cosiddetti ‘embedded’ in Iraq e ai tentativi da parte di Londra di sostenere la propria versione dei fatti è stato come assistere in un colpo solo alla parodia dell’intera vicenda irachena. Lo shock è stato simulato prima secondo l’idea che l’ordine emanato dal regime di Baghdad non avesse avuto effetto all’esterno delle fortificazioni Usa della città, poi per l’ipotesi che la polizia di Basra, addestrata dai britannici, potesse essere stata “infiltrata”. Jeremy Paxman [un noto giornalista televisivo della BBC, NdT] ha voluto sapere perché due soldati britannici – nei fatti, due stranieri altamente sospettabili travestiti da arabi alla guida di un mezzo blindato – siano stati arrestati dalla polizia irachena. “Non dovrebbero stare dalla nostra parte?”, ha chiesto.

Sebbene inizialmente la notizia fosse stata riportata sia dal New York Times che dal Daily Mail, ogni riferimento alla presenza di esplosivi trovati all’interno della vettura – non contrassegnata – guidata dai due uomini è sparito dai notiziari. Invece, è stato raccontato del rischio che i due avrebbero corso per l’essere stati consegnati alla milizia del clericale “radicale” Moqtada al-Sadr.

“Radicale” è un termine del tutto gratuito, tipicamente ‘embedded’: al-Sadr, in realtà, ha collaborato con i britannici. Cosa aveva da dire Moqtada al-Sadr riguardo alla “liberazione”? Diverse cose, delle quali nulla si è saputo. Il suo portavoce – Sheikh Hassan al-Zarqani – ha raccontato che gli agenti delle SAS, camuffati da seguaci di al-Sadr, stavano pianificando un attacco nella città di Basra prima di un’importante evento religioso cittadino.

“Quando la polizia ha cercato di fermarli”, ha detto, “i due hanno fatto fuoco, riuscendo a passare. Dopo un concitato inseguimento sono stati arrestati. Quello che la nostra polizia ha trovato nella loro auto era qualcosa di decisamente scottante: armi, esplosivi vari, e un detonatore. Le armi dei terroristi”.

L’episodio ha evidenziato la più grossa e irriducibile menzogna dell’avventura anglo-americana.

Quella che sostiene come la coalizione non abbia alcuna responsabilità del bagno di sangue in atto in Iraq – quando è più che evidente il contrario – e che si completa sostenendo chome i veri e unici colpevoli siano i terroristri stranieri orchestrati da al-Qaeda. Secondo questa tesi, il direttore d’orchestra è Abu Musab al-Zarqawi, un giordano.

Il fantasma di al-Zarqawi è al centro delle attenzioni del “Programma di Informazione Strategica” del Pentagono, architettato per sagomare la copertura mediatica dell’occupazione dell’Iraq. È stato un successo inqualificabile. Controllare ogni notizia in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, con i reporter ‘embedded’ che non fanno altro che ripetere insignificanti storie su al-Zarqawi.

Come risultato si hanno due sensazioni: che il diritto del popolo iracheno di resistere ad un’illegale invasione straniera – un diritto garantito dalle norme del diritto internazionale – sia stato usurpato e deligittimato da terroristi stranieri senza pietà, e che nel paese sia in corso una guerra civile tra sciiti e sunniti.

Fatah al-Sheikh, un membro dell’assemblea nazionale irachena, ha dichiarato il mese scorso: “È in atto una massiccia azione da parte degli agenti degli occupanti stranieri volta a diffondere l’odio tra i figli del nostro popolo al fine di terrorizzarci l’un l’altro. Gli occupanti stanno tentando di rinvigorire l’incitamento religioso e, se non dovessero riuscirvi, sarebbero pronti a dare vita ad un incitamento shia interno”.

L’obiettivo anglo-americano per il federalismo in Iraq è parte integrante di una strategia imperialista atta a provocare divisioni in un paese le cui comunità per lungo tempo hanno naturalmente interagito tra loro. La promozione “modello bin Laden” di al-Zarqawi è a questo scopo strumentale. Come una primula rossa, egli allo stesso tempo è ovunque e in nessun posto.

Quando l’anno scorso gli americani hanno frantumato la città di Falluja, la giustificazione per tale atroce atto è stata “si doveva catturare quella gente del luogo fedele ad al-Zarqawi”. Ma le autorità civili e religiose locali hanno negato che il giordano si trovasse in città o che nella zona stesse operando una resistenza a lui affiliata.

“È semplicemente un’invenzione”, ha dichiarato l’imam della moschea al-Kazimeya di Baghdad. “Al-Zarqawi è stato ucciso all’inizio della guerra nella zona curda. La sua famiglia ha anche celebrato una cerimonia funebre dopo la sua morte”. Che questo corrisponda o meno alla realtà, il punto è che “l’intrusione straniera” di al-Zarqawi serve a Bush e a Blair come ultimo pretesto per la loro “guerra al terrore” finalizzata al controllo della seconda potenza petrolifera mondiale.

Il 23 settembre, il Centre for Strategic and International Studies di Washington, un organo istituzionale, ha pubblicato una documentazione che accusa gli Stati Uniti d’America di “coltivare il mito di combattenti stranieri giunti in Iraq”, che consistono in una minoranza inferiore al 10% di un totale di 30.000 guerriglieri. Tra le otto analisi svolte in merito alla rilevazione sul numero di civili uccisi in Iraq, la numero quattro parla di oltre 100.000 vittime.

Fino a quando l’esercito britannico non si ritirerà da un luogo dove non ha diritto di rimanere – e fino a quando i responsabili di questa illegale invasione non verranno giudicati dalla Corte Penale Internazionale – questo continuerà a essere un paese segnato.
Annotazioni − Tradotto da Luca Donigaglia. Articolo pubblicato su nuovimondimedia.com

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