Da Corriere della Sera del 12/09/2005

«Non disarmo Hamas ma fermerò il caos»

Il presidente palestinese Abu Mazen: «A fine anno controlleremo la Striscia» «Gli islamici possono diventare forza politica. Ora ci aiutino Israele e Usa»

di Lorenzo Cremonesi

GAZA - «Tre mesi e mezzo. Datemi tempo fino alla fine dell’anno e sarò in grado di controllare il caos di Gaza». E’ ottimista Mahmoud Abbas, alias Abu Mazen. Soprattutto non ha perduto la sua fede nell’uso della politica e della diplomazia per combattere la violenza. Il presidente palestinese l’altra sera aveva promesso una sorta di indennizzo per il breve rapimento dell’inviato del Corriere . «Un’intervista al posto delle scuse», aveva detto. E ieri, nel suo ufficio, ha mantenuto i patti.

Presidente, i miei rapitori avevano un chiaro messaggio per lei: riconoscete i nostri meriti nell’Intifada, dateci il posto che ci spetta nel governo palestinese. E non ci saranno più violenze o rapimenti. Che cosa risponde?
«Durante gli anni caldi dell’Intifada qualche gruppuscolo di militanti si era staccato dai ranghi del Fatah per combattere da solo contro gli israeliani. Qualcuno è entrato nelle Brigate Al Aqsa, le stesse che dicono di averla rapita. Altri hanno agito in modo ancora più anarchico. Noi abbiamo offerto di assorbirli nella nostra polizia, ad alcuni abbiamo dato lavoro nell’amministrazione civile. Inizialmente si trattava soltanto di alcune centinaia di persone, ma ora sono migliaia. In verità sono per la grande maggioranza mentitori, finti partigiani che vorrebbero godere di benefici assolutamente non guadagnati sul campo. Noi comunque faremo del nostro meglio per dar loro lavoro. Ma sarà impossibile per tutti».

Un gruppo più politico o criminale quello dei rapitori?
«Più criminale, non c’è dubbio. E’ inammissibile l’uso del rapimento come metodo di pressione politica o psicologica».

A loro si aggiungono gli estremisti islamici legati ad Hamas e Jihad. Qui tutti affermano che il suo governo è troppo debole: potete controllarli?
«Certo che possiamo farlo, ma abbiamo bisogno di tempo. Non lo possiamo fare subito. Negli anni dell’Intifada abbiamo assistito alla distruzione metodica degli equipaggiamenti della nostra polizia. Il parco auto è ridotto a molto poco. Ci mancano armi e munizioni. Solo da 5 mesi abbiamo iniziato a ricostruire».

Quanto tempo per imporre legge e ordine?
«Entro la fine dell’anno. Ora che è finito il ritiro israeliano possiamo affrontare meglio il problema. Ritengo che entro le politiche del 25 gennaio la situazione possa essere sostanzialmente sotto controllo».

Hamas la accusa di voler rinviare il voto.
«Assolutamente no: quella data non si tocca».

Perché non avete partecipato alla cerimonia di passaggio delle consegne con gli israeliani?
«Il nodo di fondo è che tutte le loro mosse sono avvenute in modo unilaterale. Ancora non sappiamo cosa avverrà del valico di Rafah, sulla frontiera con l’Egitto. Se noi non lo potremo controllare, Gaza resterà di fatto una grande prigione a cielo aperto».

Pensa di poter rilanciare il progetto di pace a partire dal ritiro da Gaza?
«E’ esattamente quello che chiedono gli Usa. Ripartire dalla Road Map, cercare di andare a negoziare il più presto possibile il ritiro israeliano dalla Cisgiordania e trattare del futuro di Gerusalemme Est. L’ostacolo è però che il governo Sharon continua ad ampliare le colonie in Cisgiordania. In questo modo blocca sul campo la possibilità di nascita di uno Stato palestinese. Se ciò avverrà, anche la pacificazione di Gaza non ha futuro, ricadremo nel circolo della violenza e del terrorismo».

Non avete cercato di aprire canali di negoziati segreti come avvenne a Oslo nel 1993?
«Ci abbiamo provato numerose volte negli ultimi due anni. Sono sempre falliti, Sharon non intende negoziare. Eppure noi abbiamo dimostrato di mantenere gli accordi. Un mese fa la nostra polizia si è scontrata militarmente con militanti di Hamas. Il 60% della corruzione nel nostro governo è stato debellato. Ma abbiamo bisogno di aiuto, tanto aiuto specialmente da israeliani e americani per poter andare avanti».

Non riconosce a Sharon almeno il merito di aver infranto il tabù delle colonie? È stato il primo leader israeliano a smantellarle.
«Assolutamente sì: è stata una mossa molto coraggiosa e importantissima. Ora sappiamo che possono anche essere smantellate le colonie della Cisgiordania, sino a poco fa sembrava impossibile. Però adesso occorre proseguire, andare avanti».

Perché non disarmate Hamas?
«Ora non serve, sarebbe una mossa inutile destinata a farci precipitare nelle guerra civile. Hamas per la prima volta ha invece annunciato che parteciperà alle elezioni politiche. Diventerà di fatto un partito come tutti gli altri. Se fosse così, ben presto non avrà più bisogno delle armi. Verrà assorbita nel sistema democratico e saremo finalmente arrivati alla normalizzazione della società palestinese senza traumi».

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