Da La Stampa del 26/08/2005

Chavez ottiene il patentino nemico degli Usa

di Mimmo Candito

Qualche giorno fa, Hugo Chàvez lo aveva detto: «Se Bush pensa d'attaccarci, sappia che il Venezuela sconfiggerà gli Usa». Bush ha per la testa guai più seri che giocare il risiko di un'altra invasione (in Iraq i marines muoiono come mosche, e l'indice di gradimento è precipitato al 38 per cento); ma frasi come quella danno la patente ufficiale di nemico degli Stati Uniti. E Chàvez s'era preso il suo onesto patentino.

A lungo, l'«altra» America è stata Castro e la «inolvidable presencia del Che». Ma la «presencia» del Che, il tempo l'ha sbiadita; e quanto a Castro, il vecchio rivoluzionario ha ormai 80 anni e una montagna di acciacchi. Così ora tocca al colonnello Hugo Chàvez, paracadutista, golpista, socialista, ma anche presidente legittimo del Venezuela, esporre pubblicamente il patentino di fresca stampa. Col suo petrolio sta invadendo le «gasolineras» assetate di benzina dell'intero Sud America, e si guadagna ovunque seguaci più o meno fedeli; non è pericolosissimo, fa rodomontate di quelle che colpiscono l'immaginario popolare, ma sta piantato come un cuneo tormentoso nel ventre molle dei neocon. E poichè gli Usa importano dal Venezuela circa il 20 per cento del loro fabbisogno energetico, Bush inghiotte, e mette su, di nascosto naturalmente, i controgolpisti di Caracas.

Se in passato, Cuba, Guatemala, Cile, Salvador, Argentina, Santo Domingo, e un infinito etcetera, hanno svergognato gli errori tragici di molti inquilini delle Casa Bianca, negli ultimi tempi era solo Castro a puntare il dito contro «el imperialismo yanqui» (e ora che Castro ha la barba sempre più bianca, il colonnello Chàvez può sventolare questo nuovo patentino). Lula Da Silva, presidente brasiliano, è invece il modello nuovo dell'altra Latino-America, quella che ha sostituito la parola «Revolucao» con la più praticabile «Reforma».

I nomi non sono puri accidenti, questa sostituzione segna anche la chiuusura di un ciclo. Il nuovo ciclo si chiama «Utopia disarmata», e dal Brasile all'Argentina, all'Uruguay, all'Equador, indica un percorso che la Casa Bianca dovrebbe saper accompagnare da presso ma senza intromissioni.

Non sembrerebbe poi impossibile, solo che poi arrivano quelli come il televangelista Robertson che sparano nel mucchio per vellicare gli istinti più irresponsabili dell'America conservatrice che ancora si trincera in casa e agita la bandiera di «Morte al comunismo». I telepredicatori hanno questa tentazione in ogni parte dell'Occidente, non solo in Usa. Raccolgono anche consenso e soldi. Non vanno messi a tacere, anzi bisogna farli conoscere meglio.

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