Da Corriere della Sera del 25/08/2005

Attacco russo-cinese nelle grandi manovre

I soldati dei due eserciti simulano uno sbarco per «salvare un Paese su mandato dell'Onu»

di Paolo Salom

La quiete di una nebbiosa mattina d'agosto è stata rotta da un brusio che si è velocemente trasformato in rombo assordante. Dalla caligine che rendeva indistinguibile il mare dal cielo, centinaia tra navi da sbarco, mezzi corazzati anfibi, gommoni carichi di soldati si sono materializzati lungo chilometri di costa sabbiosa. Protetti dai cacciabombardieri Su-27 e Su-30 e dai missili sparati dal largo verso obiettivi situati dietro le dune di sabbia rossastra, i reparti congiunti russo-cinesi si sono lanciati all'attacco, conquistando rapidamente il controllo dell'intera area delle operazioni. La rivolta «secessionista» è stata domata nei tempi stabiliti dai comandi.

Così è iniziata, alle 11 di ieri, la terza fase di «Missione di pace 2005», le manovre aeronavali congiunte tra Cina e Russia - le prime della storia - destinate a concludersi proprio oggi dopo una settimana di briefing tra stati maggiori, lanci di paracadutisti, assalti di commando antiterroristi e, appunto, la complessa operazione di sbarco lungo la costa della penisola che si incunea nel Mar Giallo. I vertici militari dei due Paesi, nei primi commenti, hanno sottolineato con soddisfazione quanto «la cooperazione strategica (tra Russia e Cina) sia entrata in una nuova fase», come ha dichiarato il ministro della Difesa russo Serghej Ivanov. Mentre l'omologo cinese Cao Gangquan ha rimarcato come le esercitazioni abbiano «un importante significato e un impatto storico decisivo nella salvaguardia di pace e sicurezza a livello regionale e mondiale».

Dietro queste parole rassicuranti, la stessa stampa cinese e anche quella internazionale hanno tuttavia letto una poco velata minaccia all'isola-Stato di Taiwan, considerata da Pechino, sin dal 1949 quando vi si rifugiò Chiang Kai-shek in fuga dopo la vittoria di Mao, una «provincia ribelle» da riunire prima o poi alla madrepatria. Lo scenario delle manovre - un'esibizione muscolare come non si vedeva in queste acque dai tempi della Guerra fredda - è stato confezionato con abilità diplomatica. Pechino e Mosca hanno deciso di immaginare che le loro truppe fossero state chiamate a collaborare, in seguito a una precisa richiesta delle Nazioni Unite, «per stabilizzare un Paese dilaniato da una rivolta etnica».

Washington ha deciso di non attribuire particolare significato alle manovre militari. Rispondendo ai giornalisti, il segretario alla Difesa americano Donald Rumsfeld ha liquidato la questione con un sorriso pur affermando di aver «seguito con attenzione» lo svolgersi degli eventi. Anche se la finta battaglia, per Rumsfeld «non ha alcun significato particolare». Per la precisione: «Le nazioni fanno di queste cose. Abbiamo osservato con attenzione i giochi di guerra ma non vi abbiamo scorto alcuna minaccia specifica a Taiwan o ad altri Paesi».

L'atteggiamento del ministro, considerato un «falco» nell'amministrazione Bush, può forse spiegarsi con le necessità della diplomazia. Il prossimo 7 settembre, il presidente cinese Hu Jintao sarà alla Casa Bianca in visita ufficiale, la prima da quando - un anno fa - è diventato il nuovo timoniere di una Cina proiettata, con decisione, a svolgere un ruolo strategico sulla scena del mondo.

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