Da La Repubblica del 21/08/2005

Così tramonta un paese laico con il timbro della Casa Bianca

Le scelte di Washington rischiano di compromette anche il progetto della riforma del Medio Oriente
Se svanisce l'eredità secolare del passato, si indeboliscono i nazionalisti con vantaggio degli islamisti

di Renzo Guolo

Se davvero la Sharia, la legge positiva di ispirazione religiosa, diventasse la fonte principale della legge irachena, l'esito sarebbe clamoroso ma non inaspettato. Così vogliono gli sciiti dell'Aui, la coalizione benedetta dall'Ayatollah Sistani; così auspicano anche le formazioni sunnite vicine al Consiglio degli Ulema e ai Fratelli musulmani, autoesclusesi dal processo costituente ma favorevoli a un simile esito. Contrari alla svolta religiosa restano i curdi e i raggruppamenti laici degli altri due gruppi etnoreligiosi che vedono nella costituzionalizzazione della Sharia il tramonto della sia pur controversa eredità laica del paese.

Fare della Sharia «la fonte» principale anziché «una delle fonti» significa, infatti, stabilire una precisa gerarchia delle norme. Nessuna legge varata dal Parlamento potrebbe contrastare con la fonte costituzionale, pena la sua nullità. Un'ipoteca pesante, che potrebbe vanificare ogni richiesta di eguaglianza tra uomo e donna, o qualsiasi norma ritenuta in contrasto con i dettami coranici. La legislazione penale potrebbe teoricamente prevedere le pene sharaitiche previste per gli hudud, i reati più gravi menzionati dal Corano e dalla Sunna.

Nell'attuale situazione irachena l'elevazione della Sharia a "grundnorm" costituzionale permette ai maggioritari gruppi sciiti il varo di una legislazione che può dare forma a una Repubblica islamica. Diversa da quella iraniana ma pur sempre tale. Tanto più se l'accordo costituzionale prevedesse, in cambio del via libera alla sharia, quel federalismo spinto, invocato da curdi a tutela della loro indipendenza di fatto. In questo caso il fantasma, più volte evocato in questi giorni, di una regione autonoma sciita nel sud e in alcune aree del centro del paese, potrebbe prendere corpo. La garanzia della sharia permetterebbe a quel punto agli sciiti il varo di una legislazione ispirata alla religione senza vizi di costituzionalità. Al contempo aprirebbe uno spazio politico alle componenti religiose sunnite, oggi vicine alla guerriglia, di matrice islamista neo-tradizionalista.

Componenti che avrebbero buon gioco in futuro nell'imporre le loro istanze ai laici. Solo la prossima settimana, alla ripresa dei lavori dell'Assemblea costituente, interrotti per cercare di sanare i contrasti tra i maggiori gruppi etnoreligiosi, vedremo se questo percorso andrà in porto. O se la questione della sharia sarà giocata per ridurre a più miti consigli i curdi, assai preoccupati di una simile prospettiva, che nella trattative giocano insieme le carte del federalismo etnico, del controllo del petrolio del Nord e delle sorti della città di Kirkuk.

Nel frattempo pare assordante il silenzio degli americani sulla vicenda. Anche se, nell'amministrazione Bush, i pragmatici sono disposti a dare l'avallo anche alla sharia purché non si interrompa il processo di transizione e siano rispettate le scadenze previste. Rendendo così possibile il disimpegno a breve dal pantano iracheno.

Un simile esito potrebbe però costituire il viatico per uno sbocco assai diverso da quello, teorizzato a Washington, della democratizzazione del mondo islamico e della nascita del Grande Medio Oriente. I difficili equilibri etnici e religiosi in Mesopotamia non solo potrebbero sfociare nella nascita di uno «stato federale alla bosniaca», con la cantonalizzazione di tre entità di fatto indipendenti destinate a gravitare geopoliticamente verso più potenti vicini. Ma l'avallo sharaitico rischia di ipotecare anche gli sviluppi in campo sunnita, dove le forze nazionaliste e baathiste della guerriglia devono fare i conti con il peso crescente delle formazioni islamiste locali non jihadiste. In quel caso, con l'odioso regime di Saddam, sarebbe scomparsa anche ogni ipotesi di laicità in Iraq.

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