Da La Repubblica del 06/08/2005

Israele lacerato

di Sandro Viola

NEGLI ultimi due giorni, tutti c'eravamo illusi. In ambedue le sue componenti, la più moderata e la più oltranzista, il movimento dei coloni sembrava ormai rassegnato alla sconfitta. La marcia su Gaza tentata ieri aveva visto meno partecipanti di quelle delle settimane scorse, e da molti segni s'era percepito un declino della combattività del movimento. Polizia ed esercito avevano comunque bloccato i manifestanti, e la marcia era fallita. Il ritiro israeliano da Gaza fissato per il 17 agosto sembrava a questo punto senza più ostacoli.

Invece, nel pomeriggio di ieri, ecco lo scoppio provocato dalla miscela di fanatismo religioso e intransigenza politica che aveva alimentato in questi mesi la rivolta dell'ala più estremista del movimento dei coloni.

Uno scoppio agghiacciante nelle sue forme (un soldato di 19 anni che si mette a sparare su un autobus pieno di arabi nella cittadina di Shfaram, ammazzandone 4 e ferendone una decina), ma soprattutto per le conseguenze che potrà avere. Conseguenze sul piano del ritiro da Gaza, sulla spaccatura già tanto evidente e pericolosa che s'è aperta nella società israeliana, e soprattutto sulla fragile tregua tra forze armate israeliane e milizie palestinesi. Un episodio di questa gravità s'era verificato una sola volta: nel ‘93, quando Baruch Goldstein, un dentista dell'insediamento di Kyriat Arba, era entrato nella moschea di Hebron sparando all'impazzata e uccidendo una ventina di palestinesi. Col risultato d'una scia di violenze e di morti durata varie settimane.

Si può pensare, certo, che il giovane attentatore (linciato subito dopo la sparatoria dalla folla araba) soffrisse di gravi disturbi psichici, e che questa sia la causa del suo folle gesto. Purtroppo, la verità è un'altra. Il soldato veniva da un insediamento in Cisgiordania e dalla yeshiva - la scuola biblica - di quell'insediamento. Nel suo cervello, da più d'un anno a questa parte, da quando Sharon aveva delineato il suo piano di ritiro da Gaza, erano risuonate le parole, le invettive, le maledizioni dei rabbini che presiedono all'insegnamento in quasi tutte le yeshiva dei Territori occupati. Invettive e maledizioni contro Sharon, contro i settori laici della società israeliana, contro tutti coloro che appoggiano lo sgombero delle colonie nella Striscia di Gaza, e ovviamente contro i palestinesi.

È lì, sui muri delle scuole bibliche, prima ancora che sui muri di Gerusalemme e Tel Aviv, che erano comparse le scritte sinistre di questi mesi: "Sharon, morirai come Rabin", "Chi svende la terra d'Israele deve morire", "Gli arabi al crematorio". Ed è da lì che la parte più colta e avvertita della società israeliana temeva che potesse uscire un altro Ygal Amir, il giovane che uccise Rabin a pistolettate. Proprio ieri un editorialista del liberale Haaretz, Ari Shavit, aveva scritto che nell'atmosfera creata dalla rivolta dei coloni non sarebbe stata "inconcepibile" l'ipotesi d'un kamikaze ebreo deciso a farsi esplodere nelle vicinanze di Sharon. Poche ore dopo, ecco un'azione in parte paragonabile all'ipotesi del kamikaze. Sharon è vivo, il suo Ygal Amir non è ancora, per fortuna, comparso, ma i veleni che provocarono l'assassinio di Rabin sono di nuovo in circolazione, e anzi quasi certamente più diffusi e potenti d'allora.

Questa è oggi la lacerazione della società d'Israele. Non più solo politica, ma anche e soprattutto morale. Non solo tra chi crede nella necessità d'un compromesso con i palestinesi - e dunque nella necessità d'una restituzione (con le correzioni e gli accorgimenti necessari) delle terre occupate 38 anni fa - , e chi ancora farnetica del diritto ebraico ad un Grande Israele.

No, la spaccatura è adesso morale. Tra chi crede alle virtù della moderazione, del realismo politico, del riconoscimento dei diritti altrui, e chi crede invece che solo gli ebrei hanno dei diritti: anzi, solo gli ebrei convinti di incarnare la tradizione biblica così come viene loro ispirata dai rabbini che li hanno spinti alla rivolta, raccomandano ai soldati di disobbedire agli ordini, e insomma hanno violato e violano le leggi dello Stato senza che lo Stato possa niente nei loro confronti.

Che cosa succederà dopo la strage di ieri a Shfaram? Che ne scaturiranno pesanti conseguenze - lo s'è detto - è certo. Ma chi manterrà più saldi i nervi, sarà probabilmente Sharon. Il calendario del ritiro da Gaza potrebbe infatti restare immutato.

Come risposta verso il movimento dei coloni, e come segnale alla leadership palestinese: tutto resta com'era previsto, perché lo Stato e il governo d'Israele rigettano ogni tentativo di sovversione. Ma su due versanti, il settore religioso nell'esercito israeliano (cui appartengono il 40% degli ufficiali di grado inferiore) e le milizie armate degli integralisti palestinesi, è assai difficile pensare che vi sarà la stessa capacità d'autocontrollo. Tutto fa credere che stia per aprirsi un'ennesima fase di convulsioni. E tra gli israeliani sono in molti oggi a pensare che sono stati i loro governi, i mezzi d'informazione e loro stessi, ad aver lasciato che il tumore della deriva politica e morale delle destre nazional-religiose crescesse senza che nessuno, per decenni, pensasse alla necessità d'estirparlo.

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