Da La Repubblica del 20/05/2005

L'esercito avanza nella città ribelle e arresta anche i ragazzi: "Collaborano con i terroristi"

Andijan,la retata dei bambini pugno di ferro sulla rivolta

I militari dicono che tutto è tranquillo, ma la rivolta si è estesa ad altri centri abitati
I banchi del mercato cominciano a riaprire Ma la gente ha paura ed esce poco di casa

di Giampaolo Visetti

ANDIJAN - Con le braccia alzate, entrano in carcere piangendo. Si girano a cercare un volto amico, magari una mamma. Sul cancello esitano, quasi a scacciare un incubo. Poi fanno il passo e spariscono nel cortile. Tre sono in pigiama, due in mutande: calzano zoccoletti di plastica trasparenti. Gli altri indossano canottiera e pantaloni leggeri sopra la caviglia. Hanno facce tonde e stanche, rigate da strisce scure, come di lacrime spazzate via con le mani sporche. Sono i dodici bambini arrestati di Andijan. Età, tra i dieci e i quattordici anni, a vederli. Ci sfilano davanti. A scortarli, con i mitra puntati, dodici militari in tuta mimetica. Un soldato armato per ogni bambino inerme. La piazza davanti alla prigione, dipinta di rosa e di bianco, è vuota.

Sono le 8.16 del mattino. Dietro alle finestre delle case, una folla terrorizzata li guarda, nascosta da tappeti usati come tendaggi. Li abbiamo visti scendere improvvisamente da un camion dell'esercito. Spinti sulla strada con le canne delle armi. Trascorrono dieci minuti e si ferma un secondo mezzo militare. Saltano giù ventuno uomini, giovani e di mezza età. Sono ammanettati, alcuni a torso nudo e scalzi.

Gridano frasi che il rumore dei motori rende impercettibili. Un soldato spara due colpi di fucile in aria e gli arrestati corrono nel carcere da cui è partita la rivolta. Il cancello si chiude sulla terza retata di Andijan in poche ore. Una notte drammatica. Liquidati giornalisti e diplomatici, condotti dal ministro degli Interni a vedere «come tutto è tranquillo», il presidente Islam Karimov è apparso alla televisione Uzbeka. Mercoledì sera ha ordinato a tutti i «complici dei terroristi islamici» di consegnarsi. E ha annunciato che i giornalisti trovati in Uzbekistan «senza permesso», saranno arrestati. Stessa sorte per chi accetterà di accompagnarli. Gli autisti dicono che per loro il carcere significa tortura e addio ad ogni possibilità di lavoro. Da oggi in poi sarà più difficile trovare un passaggio verso la «città chiusa».

La comunicazione di Karimov ha paralizzato la nazione. A mezzanotte, secondo gli abitanti di Andijan, sono iniziati i rastrellamenti. Militari e polizia hanno battuto alle case e sono andati ad arrestare nel sonno uomini e bambini. Strappati giù dal letto senza spiegazioni. Tre le accuse, uguali per tutti: complicità nella fuga dei «terroristi» che avrebbero scatenato i disordini di una settimana fa; complicità nella ricostruzione del ponte servito ai profughi per passare il confine tra Uzbekistan e Kirghizistan; resistenza a pubblico ufficiale. Gli arresti sono proseguiti fino all'alba, scanditi da brevi raffiche di mitra. Secondo i vicini di casa, sono stati prelevati dalla milizia anche dieci giornalisti uzbeki. Viene loro imputata la diffusione di «notizie contrarie agli interessi della patria».

Ieri, dopo 71 ore, è stata rilasciata la sostenitrice dei diritti umani Mutabar Tadjibaeva. Identificazioni e sommari interrogatori si sono svolti nella caserma della polizia. Poco lontano c'è piazza Alisher Novoi, teatro della strage di venerdì. A fine mattinata i «colpevoli» sono stati raggiunti da altri catturati. A Kara-Suu, punto di transito dei fuggitivi alla frontiera, sono stati arrestati Baktior Rakimov, suo figlio di 13 anni e ventitré commercianti del bazaar. Rakimov, uno dei rari agricoltori facoltosi, è tra gli uomini più influenti della città. Lo hanno preso in casa alle 3 di notte. Stessa imputazione: aver aiutato i profughi a fuggire, aver ricostruito il ponte che collega le due zone del mercato, sopra il fiume che ha un argine in Kirghizistan e uno in Uzbekistan. Uccise in una sparatoria tre persone, proclamato anche qui il coprifuoco. La notizia della retata e dei morti ha fatto esplodere la rabbia della Kara-Suu uzbeka, incrocio strategico tra Osh e Andijan. Un migliaio di persone ha bloccato il bazaar. Chiedevano giustizia, la liberazione di Rakimov, di suo figlio e dei bambini di Andijan, le dimissioni di Karimov. È intervenuto l'esercito. Raffiche in aria, minacce e manganellate hanno disperso la folla. Due elicotteri sorvolavano la zona, in periferia sono stati posizionati tre cannoni e un carro armato. Il confine è stato ermeticamente chiuso dalle autorità. Impossibile penetrare anche a Doslik e a Aravan.

Dopo mezzogiorno è tornata la calma. I militari dicono che tutto è tranquillo, ma che gli stranieri non possono passare per ragioni di sicurezza. «Puoi essere preso in ostaggio - spiegano - o ucciso dai terroristi islamici». Alle estremità del «ponte delle fughe», gruppi di uzbeki e di kirghisi inveiscono per gli affari andati in fumo. Karimov accuse le autorità kirghise di aver perso il controllo della situazione e chiede di «rafforzare i presidi contro il pericolo di sommosse religiose».

Andijan, tra le 10 e le 18, si presenta come una tragica prigione normalizzata. I posti di blocco sono stati rafforzati e rinfoltiti. Migliaia di soldati circondano e continuano a isolare la città. A nessuno è concesso di entrare, o di uscire. Rispetto a due giorni fa, i soldati ora battono anche i tratturi di campagna e le distese di cotone. I luoghi della protesta popolare e del massacro restano sbarrati. Cecchini, protetti da sacchi di sabbia, sorvegliano la piazza centrale, i palazzi governativi, due scuole, ospedali e obitori. Qualche banco di fragole e ciliege comincia a riaprire, come un pezzo di bazaar. A ridosso del centro, apparentemente, la vita potrebbe riprendere. La popolazione però ha paura e se può non esce di casa. «Le autorità - dice Babur Umarov - vogliono tagliare fuori dal mondo Andijan. Nessuno deve raccontare all'esterno cosa sta accadendo, nessuno deve venire a ficcare il naso. Gli arresti dei bambini sono uno choc esemplare per tutti». La conta dei morti, ossia delle persone che mancano nelle famiglie al netto dei profughi, ha raggiunto quota 873. Volontari strisciano nel buio a raccogliere nome per nome. «Sarà l'atto di accusa contro Karimov - spiegano - quando sarà trascinato davanti ad un tribunale internazionale». Mentre faceva arrestare i bambini, il presidente ha ordinato che tutti i circhi moltiplichino gli spettacoli sulle piazze e nelle scuole del Paese. Si è rifiutato di proclamare il lutto nazionale: al contrario, ha imposto film e commedie gratuite in cinema e teatri. «I fondamentalisti islamici - ha spiegato - non ci spaventano: gli uzbeki possono ridere e divertirsi in pace». La rivolta però, smentendo la sensazione di martedì, appare tutt'altro che finita. Proteste e brevi scontri coinvolgono ora Marghelan, la regione di Kashka-Darià, Kokand e Ferganà.

Gli uzbeki chiedono la liberazione di Akram Iuldashev. Poeta, sacerdote, fondatore del movimento d'opposizione Akramia, è stato condannato a 17 anni di prigione. Karimov lo accusa di estremismo islamico e di aver creato una costola del gruppo Hizb ut Tahrir, infiltrato da Al Qaeda. «Iuldashev - ripetono gli avventori del caffè Tashkent - è uno dei leader dei partiti democratici di opposizione. Karimov li ha arrestati tutti. Ci siamo ribellati alla povertà, al disastro economico, ad un dittatore che da 15 anni arricchisce solo se stesso. L'Islam, con la strage di venerdì, non c'entra nulla». E tornano le accuse contro gli Stati Uniti e la Russia. «Pur di tutelare i loro interessi - dicono - fingono di credere che Karimov lotti contro un califfato dell'Asia centrale e combatta il terrorismo islamico. Bush e Putin sappiano che Karimov cadrà: e quel giorno taglieremo tante gole quante la storia non ne ha mai viste».

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