Da Corriere della Sera del 20/05/2005
Originale su http://www.corriere.it/Primo_Piano/Esteri/2005/05_Maggio/20/talebani.shtml

Intelligence locale: «Nuovo esercito non è preparato, servono più uomini»

«È l’offensiva di primavera dei talebani»

Già ai tempi della guerra tra i mujaheddin e l'esercito sovietico, allo sciogliersi delle nevi la resistenza afghana scendeva dai monti

di Lorenzo Cremonesi

KABUL - Neve. Ancora tanta neve sulle montagne attorno a Kabul. Le indicano in molti tra le autorità e i giornalisti afghani, oltre ai diplomatici italiani e le forze della coalizione, che si occupano di Clementina Cantoni. «Visto come sono ancora bianche le cime? Vorrà dire che l'offensiva dei talebani sarà ancora più violenta», rispondono quando chiedi dell'italiana rapita. E all'inizio non capisci. Pensi sia l'ennesimo tentativo per sviare l'argomento e complicare ancor più le cose. Ma alla fine le fonti più serie concordano almeno su di un punto: Clementina è vittima della «tradizionale offensiva di primavera». Era un classico ai tempi della guerra tra i mujaheddin e l'esercito sovietico. A ogni sciogliersi delle nevi la resistenza afghana scendeva dalle montagne. E oggi la vecchia consuetudine sembra rivivere.

«Quest'inverno ha nevicato e fatto freddo come non si vedeva da 15 anni. Dopo il rapimento dei tre funzionari dell'Onu seguito alle elezioni presidenziali del 9 ottobre, i talebani sono andati in letargo. Ma ora, due mesi dopo, sono tornati all'attacco - confermano i responsabili alla sicurezza dei 60 funzionari stranieri che lavorano per la Croce Rossa in Afghanistan -. Il nuovo esercito non è preparato. Dispone solo di 20 mila uomini addestrati. Troppo pochi per il controllo del Paese. Altri 60 mila dovrebbero arrivare entro un anno, devono sbrigarsi». Stesso allarme giunge dagli addetti della security per le decine di agenzie e uffici Onu. Una tesi che viene confermata a gran voce dalle fonti diplomatiche occidentali più accreditate. «Siamo di fronte a uno scenario che ricorda l'Iraq, anche se meno violento. Diversi fattori lasciano credere che il gruppo di rapitori sia composto da un misto di criminali comuni e fondamentalisti talebani. Certo è che vogliono un riscatto in denaro. Anche se sino ad ora non se ne è parlato», ripetevano ieri sera.

Ma andiamo per ordine. Prima di tutto la dinamica del rapimento. È ormai appurato che Clementina viaggiava con un'amica canadese, Julie Lafrenière, sul gippone di «Care» guidato dal suo autista afghano. «Tornavano dalla lezione serale di yoga. Sono giunte di fronte all'abitazione della canadese. Questa ha fatto in tempo a scendere dal mezzo e aprire la porta di casa, quando alle sue spalle ha udito il rumore dei vetri infranti e il trambusto dell'agguato», raccontano a Radio Liberty, l'emittente dove il capo dei rapitori, il misterioso Timor Shah, ha già fatto tre telefonate con il portatile di Clementina per rivendicare l'azione e dettare le prime condizioni.

In particolare è un giornalista venticinquenne, Omeid Marzabam, che ha raccolto le parole di Shah: «Ha una voce giovane, ci dicono abbia circa 30 anni. La cosa stupefacente è che si è presentato con il suo vero nome e ha parlato del villaggio natale, Mussahi, nella regione del Logan, a Sud della capitale, da sempre regno montagnoso pashtun. Tanto che vi abbiamo inviato un nostro reporter, il quale è stato preceduto dalla polizia che ha arrestato la madre e due conoscenti di Shah». E che valore dare agli ultimatum e alle tre condizioni poste da Shah per la liberazione dell'ostaggio: il blocco di un programma giovanile tre ore ogni martedì sera sulla locale Radio Arman, il finanziamento statale delle madrasse (le scuole religiose islamiche) e lo stop alla vendita di alcoolici? «Fumo negli occhi, prima di avanzare le vere richieste pecuniarie. Noi comunque siamo pronti ad ascoltarlo.

La verità è che Shah ha un passato criminale. Solo tre mesi fa uccise a scopo di estorsione il giovane rampollo dei Zadran, una delle più ricche dinastie imprenditoriali del Paese», ci dice Luftullah Mashal, portavoce del ministero dell'Interno. Più sfumato il parere del direttore di Radio Arman , Mohseni: «Può essere che il vero obiettivo dei sequestratori sia solo criminale. Però colpiscono alto. Il nostro programma è molto popolare tra la gioventù afghana. Le autorità religiose hanno gridato allo scandalo perché per la prima volta nella nostra storia trattiamo di famiglia e sesso in modo aperto. Ci chiamano ragazze che non vogliono sposare il marito scelto dalla famiglia e persino studentesse per denunciare che viene loro impedito di andare a scuola. Il fatto che Shah, o chi per lui, abbia deciso di rendere pubbliche le proprie richieste tramite Radio Liberty rivela una sofisticata mentalità politica».

Nel pomeriggio cresce la voce tra i giornalisti locali che l'italiana potrebbe essere stata uccisa. Altri sostengono che le sue condizioni di salute sarebbero gravi, a causa di una grave emorragia interna nella colluttazione al momento del rapimento. Ma non arrivano conferme. Anzi, in serata giunge la smentita dell'ambasciatore italiano, Ettore Sequi. Molto meno chiari invece i tempi della trattativa. Dopo una netta ondata di ottimismo ieri mattina, in serata sembrava prevalere lo stallo. «Potrebbero metterci un giorno, ma anche una settimana e oltre. Ci vollero 28 giorni per liberare i tre funzionari Onu l'autunno scorso», commenta Mashal. Intanto al ministero degli Interni di Kabul si tiene quotidianamente almeno una riunione, con la partecipazione di tutte le massime autorità afghane addette alla sicurezza, degli italiani (inclusi Esercito e uomini dei servizi), oltre a rappresentati Onu e della coalizione internazionale. Ed è stata creata una task force militare pronta all'azione. Per il momento è esclusa l'eventualità del blitz, si privilegia la trattativa. In ogni caso, vige l'accordo per cui qualsiasi operazione necessita del nulla osta italiano.

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