Da La Repubblica del 07/11/2003
Originale su http://www.repubblica.it/2003/j/sezioni/politica/maggioranza/baratro/b...

Un governo sull'orlo del baratro

di Massimo Giannini

Dopo due anni e mezzo di legislatura, il presidente del Consiglio si sente in dovere di comunicare agli italiani che il suo governo "intende governare e realizzare le riforme". Tante grazie. Quale altra "missione" affidano a un governo gli elettori, quando vanno alle urne per votare? La frequenza crescente di questi banali e tautologici "avvisi" di Silvio Berlusconi è la prova più solida del suo logoramento e della sua inadeguatezza. È logorato, perché le sue formulette semplicistiche non riescono più a garantire la costituzionalizzazione della Lega e la fidelizzazione di An e Udc. È inadeguato, perché i suoi spot ottimistici non rassicurano più l'opinione pubblica, e non bastano a rinnovare la sua relazione seduttiva con la società italiana.

Nell'arena di una conflittualità politica permanente, una sola domanda riavvicina gli elettori e gli eletti: fino a quando si può andare avanti, con un governo che invece di occuparsi del declino economico si preoccupa delle poltrone ministeriali da redistribuire? Fino a quando può reggere una maggioranza che si autoaffonda in Parlamento sulla leva e sul tribunale dei minori, che si dilania sulla Finanziaria e sul mandato di arresto europeo? Fino a quando possono convivere, Bossi che dà del "ladro di bambini" al presidente della Camera Casini, Fini che ormai sfida a viso aperto Berlusconi, Follini che invoca inutilmente la verifica? La risposta è al tempo stesso elementare e inquietante. Fino al 31 dicembre non succederà niente, se non l'ordinario e penoso dissolvimento politico di questi giorni. L'ombrello protettivo di "San semestre", come lo chiamano gli alleati scontenti del Polo, preserverà fino alla fine dell'anno la mera sopravvivenza dell'esecutivo. Archiviato il turno di presidenza italiana della Ue, dal primo gennaio del 2004 può succedere di tutto. Compresa la crisi formale e un governo tecnico-istituzionale, o lo scioglimento delle Camere e le elezioni anticipate a giugno.

La Lega, a due giorni dall'assemblea federale, alza al massimo la posta. "Questo governo deve fare le riforme, se no per noi questa esperienza è finita". Berlusconi si illude di rabbonirla, promettendo che le riforme le farà. Bossi non si fida e non si accontenta. Azzarda un'altra sparata: "Allora mettiamo la fiducia su tutte le riforme". Una chiara provocazione. Come sempre, alla vigilia di un rito pagano che vellica gli istinti autonomisti delle camicie verdi, il leader si adopera per infiammare i cuori ed esasperare i toni.

Resta l'impressione di un partito che, almeno fino alle prossime amministrative, cercherà di tirare la corda fino al punto estremo di rottura, ma senza raggiungerlo. L'interesse dei lumbard rimane quello di lucrare visibilità, intensificando la guerriglia interna su Fini e Casini, Follini e Fazio, e accentuando la pressione esterna sulla devolution. La linea di Bossi può sembrare un po' schizofrenica, ma è chiara: costantemente "contro" la maggioranza, ma rigorosamente "dentro" la maggioranza. Almeno fino a giugno, gli conviene spacciarsi come il complice più leale di Berlusconi, cucendo addosso a "democristiani e fascisti" il titolo infamante di "traditori e tramatori".

An e Udc, sia pure senza dirlo esplicitamente, coltivano il disegno opposto. Temono che un rimpasto serva a poco. Sono persuasi che il premier non sacrificherà mai Giulio Tremonti, per togliere alle mani padane le chiavi della cassaforte del Tesoro. E non ridurrà mai la delegazione leghista a una pura presenza simbolica, per lanciare il segnale inequivocabile di un avvenuto mutamento nell'asse politico del governo. Così l'obiettivo diventa ancora più velleitario. Cacciare la Lega dalla maggioranza. Costringere Bossi a uscire dalla Casa delle Libertà. O convincere Berlusconi a fare a meno dei voti padani. Se serve, anche con un Berlusconi-bis. Alla Camera la coalizione sarebbe sufficientemente al sicuro: senza i 29 della Lega, il Polo avrebbe 319 seggi, 11 in più della maggioranza necessaria. Al Senato la situazione sarebbe più delicata: senza i 17 della Lega, il Polo avrebbe 162 seggi, solo due in più della maggioranza necessaria. L'obiezione di Fini e di Follini parte proprio dai numeri: l'apporto del Carroccio è in calo verticale, come confermano le sconfitte alle amministrative della primavera scorsa. E poi si estende alla politica: all'inconveniente di un vantaggio quantitativo così ridotto sopperirebbe la ritrovata compattezza qualitativa di una coalizione meno estesa, ma più cementata sul piano culturale e programmatico.

Il Cavaliere, per non sbagliare, adotta il metodo di sempre, già raccontato una volta da Rocco Buttiglione: "Io dico nero, Fini dice bianco, e Berlusconi fa come gli pare". Come quella del '94, anche l'esperienza del '96 lo ha marchiato a vita. Al di là dei numeri, è persuaso che senza i consensi della Lega il centrodestra non vince le elezioni. Per questo non rompe con Bossi, e si affanna a tenere buoni Fini e Follini. Ma è un lavoro improbo, per un leader che sembra aver perso irrimediabilmente il suo fascino decisionista. E soprattutto, è un'operazione in perdita. Il costo politico delle lotte intestine della maggioranza è sempre più insostenibile. Il Paese risulta palesemente "sgovernato". Lo Stato subisce danni difficilmente sanabili.

Le riforme latitano. Le istituzioni soffrono. Bossi, svestiti ormai da tempo i panni da ministro, gioca a fare solo il dio del Nord. Ma la furia padana di Odino gli fa commettere un orrore politico e un errore tattico. Attaccare quotidianamente gli "alleati" Fini e Follini, anche se si conferma un pessimo metodo per regolare i rapporti nella maggioranza, rientra nella rissosa logica da vecchio "governo di coalizione" che ormai impera nella Cdl. Ma insultare apertamente Casini è un'altra cosa. Accusare il presidente della Camera di ordire "trabocchetti da Prima Repubblica", definendo lui e i suoi colleghi di partito "cappuccioni centristi", è un azzardo che travalica e travolge i confini dell'etica repubblicana. Non è il primo e non sarà l'ultimo: il Senatur ci ha abituato sempre al peggio. Ma in questo momento, nel tornaconto antisistema della Lega, produce anche un risultato inverso. Rafforza Casini, che riceve il pieno sostegno di Ciampi e la diffusa solidarietà di tutte le forze politiche. Indebolisce Bossi, che riceve lo sberleffo dei partner, a partire da Follini, alla sua grottesca pretesa di un voto di fiducia non solo sulla legge per il nuovo tribunale dei minori, ma per ciascuna delle "riforme" all'esame del Parlamento.

Anche quest'ultimo incidente contribuisce a incattivire i rapporti interni alla coalizione. Per la prima volta, Gasparri ammette che "non stiamo dando buona prova". Per la prima volta, Giovanardi riconosce che "la coalizione ha qualche problema". Se persino i due ministri più berlusconiani dentro An e l'Udc si spingono a tanto, vuol dire davvero che il baratro è vicino. E il Cavaliere non sa come evitarlo. Se conta di battere il record dei 1058 giorni di governo del suo padre spirituale e politico Bettino Craxi, deve provare a "rifondare" il suo governo a gennaio, e poi sperare negli elettori. Per uguagliare la performance del leader del Psi gli mancano 180 giorni. Sei mesi: giusto il tempo per approdare alla primavera, e alla doppia tornata delle europee e delle amministrative. Se riesce ad arrivarci indenne, è già un gran risultato. Ma se perde le elezioni del 2004, Berlusconi è finito sul serio.

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