Da La Repubblica del 28/04/2005
Originale su http://www.repubblica.it/2005/d/sezioni/esteri/niccal2/guersis/guersis...

Il retroscena. Sherpa al lavoro sul testo finale del dossier mentre i Servizi si scambiano minacciosi avvertimenti

La diplomazia cerca l'accordo ma tra Sismi e Pentagono è guerra

I servizi americani intercettarono le telefonate di Calipari?

di Carlo Bonini

ROMA - Se si registrano le sole mosse della diplomazia, l'estenuante e oscuro leg work di queste ore, il "lavoro di gambe" delle seconde file, per usare un'espressione inglese, si dovrebbe concludere che Roma e Washington sono oggi un po' meno distanti. "Se non altro - osserva una qualificata fonte americana vicina all'inchiesta - perché è trascorso un giorno senza fare passi indietro, nonostante quello che continuate a sostenere voi italiani. Perché se è vero che le distanze restano, stiamo provando a ridurle". Ieri, gli sherpa del dipartimento di Stato e quelli di Palazzo Chigi hanno lavorato per tentare di dare un seguito concreto all'accordo con cui l'ambasciatore americano Mel Sembler e il sottosegretario Gianni Letta si sono lasciati martedì sera. Dunque, ad un rapporto conclusivo sull'affare Calipari che non conclude. Alla nuda fotografia dei fatti del 4 marzo in cui ciascuno dei due Paesi potrà leggere ciò che crede e che risparmierà patenti di responsabilità.

È un fatto. Che tuttavia fissa un solo frammento della partita ed edulcora un quadro assai meno sereno. Perché lo sforzo delle due diplomazie - americana e italiana - ha una chiassosa appendice negli apparati di intelligence dei due Paesi. E di segno opposto. Il Sismi, il Pentagono e la Cia si stanno mordendo. Si minacciano. Offrono lo spettacolo di chi è ad una resa dei conti che prescinde dalla velocità della Toyota Corolla, dai secondi trascorsi tra l'intimazione dell'alt e il fuoco che uccise Nicola Calipari. Che denuncia una posta in gioco ben più importante. Una qualificata fonte militare americana a Washington la racconta così: "È vero, è in corso un conflitto tra apparati a colpi di indiscrezioni, se così si possono definire delle notizie che in realtà sono minacciosi avvertimenti. È una guerra che non ha la regia di nessuno dei due governi, né quello italiano né quello americano, ma che nessuno dei due governi è più in grado di controllare e che svela un altro problema". Le gerarchie militari del Pentagono, i comandi militari in Iraq, si sono convinti che le ambiguità italiane nell'operazione Sgrena siano state ieri all'origine della morte di Calipari e rendano oggi impossibile l'individuazione delle responsabilità del sequestro. E per comprenderlo è sufficiente mettere in fila alcuni fatti. È storia di ieri.

In una corrispondenza da Washington, che cita quali fonti "ex agenti della Cia ed ex ufficiali delle forze armate", Ennio Caretto, sul Corriere della Sera, riferisce che l'intelligence americana in Iraq "è in possesso delle comunicazioni tra Calipari e i sequestratori di Giuliana Sgrena, nonché tra Calipari e Roma e dunque conosce chi catturò la giornalista e chi mediò per la sua liberazione". Le avrebbero intercettate i loro satelliti-spia il 4 marzo. La cosa mette a rumore il Sismi e la Procura di Roma. La nostra intelligence abbozza attraverso fonti anonime raccolte dalle agenzie di stampa che "se davvero gli americani hanno quelle intercettazioni, questa sarebbe la prova che sapevano dell'operazione Sgrena". Un modo per dire che se quelle intercettazioni esistono e saltano fuori ci si fa del male in due. O, meglio, per ribadirlo, dal momento che, in un dettagliato articolo per addetti ai lavori pubblicato dal quotidiano il Riformista "analisti della nostra intelligence militare" sfidano l'alleato e chiedono di vederne il gioco: "Cosa hanno visto i satelliti americani?". Non è tutto. Uno dei tre pubblici ministeri della Procura di Roma che indagano sulla sera del 4 marzo, dichiara alle agenzie: "Le comunicazioni di Calipari prima del conflitto a fuoco? Sono un problema superato". Parole singolari se solo si ricorda che, nell'immediatezza della morte di Calipari, proprio la Procura di Roma protestò per il ritardo dell'esercito americano nel restituire i telefoni cellulari di Calipari e del maggiore del Sismi raccolti dalla pattuglia all'interno della Toyota Corolla, ritenendoli elementi imprescindibili per l'indagine.

Dunque? Una qualificata fonte investigativa italiana la mette così: "Lo scarso interesse del magistrato per le comunicazioni telefoniche di Calipari è una forma di "garbo istituzionale". E non mi faccia aggiungere altro".

Il capitolo "intercettazioni americane" non cammina da solo nella giornata di ieri. Nella guerra di apparati c'è un altro veleno che viene messo in circolo. E si chiama "Blackwater security". La Blackwater è una società di contractor paramilitari registrata in North Carolina, fondata nel 1996 da un ex seal, un commando di marina, con uffici a Bagdad e Kuwait City. Nel 2003 strappa un contratto da 21,3 milioni di dollari per la sicurezza del personale diplomatico americano in Iraq, dove ha 450 uomini in armi. Ha i suoi morti: i quattro disgraziati linciati, bruciati e quindi esposti alle offese della folla sul ponte di Falluja nell'aprile del 2004; i sei precipitati nell'elicottero bulgaro abbattuto una settimana fa. Gli uomini della Blackwater sono stati nel tempo la scorta di Bremer (primo governatore americano dell'Iraq) e, la notte del 4 marzo, sono con l'ambasciatore Negroponte che sta raggiungendo per una cena il generale Casey a Camp Victory. Diventano un caso politico nello spazio di un mattino. In Italia qualcuno rilancia l'ipotesi che siano stati loro a fare fuoco sulla Corolla e che siano loro "il segreto" che il Pentagono non vuole svelare per proteggere quello che oggi è il nuovo zar dell'intelligence americana.

Dice una fonte ufficiale americana informato sui fatti di quella notte: "Gli uomini della Blackwater erano sul convoglio di Negroponte. Hanno attraversato con lui il checkpoint prima che l'incidente avesse luogo. Perché in Italia qualcuno accredita questa storia?". Già, perché? Chris Bertelli è il portavoce della Blackwater e, al telefono da Washington, ha una risposta: "Certo, è vero che quella notte eravamo nella scorta di Negroponte, ma è noto agli addetti a Bagdad che nessuno dei nostri uomini era presente al momento dell'incidente. Questa storia è una pretestuosa provocazione di cui mi piacerebbe conoscere lo scopo". Verosimilmente, un altro avvertimento tra apparati. Forse, non l'ultimo.

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