Da La Repubblica del 17/04/2005

La crisi fra i due giganti asiatici comincia a creare episodi di violenza, Koizumi chiede giustizia per gli eccessi dei cortei

Tokyo e Pechino, è scontro aperto

Cortei anti-nipponici nelle città cinesi, il Giappone pretende le scuse

A Shanghai i poliziotti incaricati di controllare i manifestanti sfilano in mezzo a loro, sassaiola contro i negozi e contro il consolato

di Federico Rampini

TOKYO - «Porci giapponesi andatevene a casa». «La guerra col Giappone non è finita». Gli slogan urlati da 20.000 manifestanti a Shanghai, le vetrine del made in Japan fracassate, le sassaiole contro il consolato giapponese: ieri sera nelle case giapponesi i telegiornali hanno portato le immagini di un´altra giornata di odio e di violenze. Ma questa volta le riprese più sconvolgenti trasmesse sui teleschermi giapponesi da Shanghai sono state quelle che si soffermavano sulla polizia locale, visibilmente impegnata a guidare la manifestazione, non a frenarla. Qui nelle case di Tokyo i telespettatori hanno potuto vedere ciò che sicuramente non si è visto nei tg cinesi: i poliziotti anti-sommossa di Shanghai che in un momento di pausa della manifestazione si fermavano a bere insieme ai dimostranti.

La tensione fra i due paesi è diventata incandescente. Il premier Junichiro Koizumi ha ordinato alla sua diplomazia di esigere scuse formali da parte della Cina. Il ministero degli Esteri ha dichiarato: «Benché le autorità cinesi sapessero in anticipo che ci sarebbe stata una manifestazione, non è stato fatto nulla per prevenire gli atti violenti e distruttivi». Ai giornalisti che gli chiedevano se intende cancellare il suo viaggio a Pechino, previsto per oggi, il ministro degli Esteri Nobutaka Machimura ieri sera ha risposto: «Non è escluso. Ma per il momento procediamo secondo i programmi».

Un annullamento in extremis della sua visita di oggi farebbe precipitare i rapporti sino-giapponesi nella crisi più grave da quando furono ristabilite le relazioni diplomatiche nel 1972. Da Pechino è giunto qualche timido segnale di distensione. Per smentire l´accusa di avere fomentato o tollerato le violenze, il governo cinese ha fatto trapelare la notizia che è agli arresti domiciliari Hu Jia, celebre leader di un´associazione patriottica anti-giapponese che almeno formalmente è un organizzatore delle recenti manifestazioni. La polizia di Pechino ha anche fermato sette giovani, accusati di aver partecipato all´assalto di domenica scorsa all´ambasciata del Giappone nella capitale.

Ma ci vuole altro per placare l´ondata di sdegno, paura e rancore che sta montando fra i giapponesi. Dopo Chengdu e Shenzhen, Guangzhou e Pechino, con la manifestazione di Shanghai ieri la marea della protesta anti-giapponese ha superato un´altra soglia simbolica: ha contagiato anche la capitale finanziaria della Cina, la metropoli degli affari dove hanno sede ben 4.000 filiali di imprese giapponesi (su 20.000 presenti in tutta la Cina). Neppure l´interesse reciproco a mantenere solide le relazioni economiche basta a placare la febbre nazionalista. Le più grandi multinazionali di Tokyo hanno preso le prime misure: ieri Mazda, Suzuki e Toshiba hanno congelato i viaggi dei loro manager in Cina. Le catene di grandi magazzini e supermercati nipponici - Aeon, Jusco, Ito-Yokado - per ripararsi dalle proteste in questo weekend hanno dovuto chiudere i battenti in tutte le città cinesi (la domenica è il giorno di massima attività commerciale). Il ministro dell´Economia Shoichi Nakagawa non ha contribuito a rassicurare i suoi connazionali: ha definito la situazione in Cina "paurosa" per i businessmen del suo paese. Le compagnie Japan Airlines e All Nippon hanno ricevuto cancellazioni e sulle rotte per Pechino e Shanghai i voli si svuotano.

Dopo che la stampa ha raccolto gli sfoghi di alcuni studenti giapponesi in Cina, che denunciano ostilità e intimidazioni, cominciano a fioccare le rinunce dei turisti alle agenzie di viaggio. E per la prima volta gli americani, che finora avevano seguito con discrezione l´escalation fra Cina e Giappone, hanno mandato un segnale di preoccupazione. Ieri l´ambasciata degli Stati Uniti a Pechino ha messo in guardia i suoi concittadini per il pericolo che il clima di proteste nazionaliste si estenda «contro gli stranieri in generale». Qui a Tokyo la polizia giapponese a sua volta ha dovuto rafforzare la protezione delle istituzioni cinesi: si teme che possa entrare in azione l´estrema destra nipponica, con qualche azione di rappresaglia.

Il crescendo di ostilità fa sicuramente il gioco dei nazionalisti che governano il Giappone, cioè Koizumi e i falchi di politica estera che lo circondano. La Cina sostiene che è lo stesso Koizumi ad avere appiccato l´incendio con i suoi comportamenti: le visite al tempio dove sono commemorati alcuni criminali di guerra; il nulla osta alla pubblicazione di manuali scolastici "revisionisti" che rivalutano l´imperialismo giapponese degli anni Trenta. Il premier giapponese invece dall´emergenza di questi giorni trova un sostegno alle sue previsioni: l´ascesa economica della Cina la rende più aggressiva, la mette in rotta di collisione con gli interessi giapponesi, e di conseguenza Tokyo deve affrancarsi dai vincoli del passato per diventare più determinato nel difendere i propri interessi nazionali. E´ significativo il gesto di aperta sfida che Koizumi ha lanciato nel mezzo di questo clima infuocato: ha scelto mercoledì scorso di dare il via libero ufficiale alle compagnie petrolifere giapponesi per la trivellazione sottomarina di giacimenti che si trovano in acque territoriali contese dalla Cina. Ancora pochi anni fa il Giappone non avrebbe affrontato una crisi diplomatica con una mossa così spregiudicata, che può condurre verso lo scontro tra le marine militari dei due paesi. Ma il Giappone ha subìto una metamorfosi profonda, senza che il mondo vi prestasse molta attenzione. Uno dei maggiori gruppi multimediali - la Fuji tv, il quotidiano Sankei, la casa editrice Fuso - ha sposato l´ideologia revisionista. Il quotidiano di massa Yomiuri pubblica grandi reportage a puntate che danno per certo lo scontro Cina-Giappone per il controllo delle risorse energetiche.

Sta passando la riforma della Costituzione per poter ricostruire un apparato militare molto più robusto. Il nuovo piano di lungo termine della Difesa è costruito sullo scenario della minaccia cinese, di comune intesa con Washington. E´ un Giappone che si candida a diventare "l´Inghilterra dell´Asia", per l´integrazione strategica sempre più stretta con gli Stati Uniti. Un´Inghilterra che dall´altra parte della Manica vede la Cina.

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