Da Corriere della Sera del 07/04/2005

Tutti qui, con la Storia

di Giovanni Bianconi, Fiorenza Sarzanini

ROMA - A metà pomeriggio la faccia preoccupata del prefetto di Roma Achille Serra spunta dall’auto scura che non riesce ad andare oltre ponte Vittorio Emanuele II. Ieri da questa parte c’era una folla contenuta, oggi s’è trasformata in una bolgia. Ancora ordinata, ma sempre bolgia. Nel senso che migliaia di persone chiuse nei recinti delle transenne cominciano a dare segni d’insofferenza. E sono le più fortunate, perché dietro di loro ce ne sono altre migliaia per le quali l’attesa sarà più lunga e forse inutile. Che tutto resti tranquillo com’è avvenuto finora, a questo punto è solo una speranza. Perché l’omaggio a Giovanni Paolo II già detto «il Grande» si sta trasformando in un assedio alla Roma barocca e papalina che può degenerare da un momento all’altro, nonostante le buone intenzioni di tutti: pellegrini, organizzatori, responsabili della sicurezza, autorità e chiunque si trovi a passare (se ce la fa) da queste parti.

Serra si guarda intorno e scuote la testa, la faccia si fa ancora più preoccupata: «Ma non hanno capito che non devono venire?». Una voce in fila, dall’accento toscano, lo chiama: «Prefetto! Io son di Firenze, lei prima era da noi, qua non funziona nulla!». Serra s’avvicina, il fiorentino spiega che sta in fila dalle 10 del mattino - ormai sono le 17.30 - e il prefetto ribatte serio: «Beato lei, perché forse stasera alle 22 riuscirà a entrare nella basilica. Gli altri non lo so». Poi s’incamina verso gli spazi lasciati liberi per le ambulanze, e all’incrocio con via delle Conciliazione ha come un moto di sconforto: «Siamo in questa situazione e la gente continua ad arrivare, come si fa?».

Si fa come hanno fatto le due ragazze sbarcate alle 6 a Civitavecchia dal traghetto partito dalla Sardegna e alle 10 erano in fila. Quattrocento metri più indietro di adesso, cioè sette ore e mezzo fa. Per San Pietro manca almeno altrettanto, ma loro sorridono: «Pazienza». E dove dormirete stanotte? «All’aria aperta». Gente di parrocchia, loro, lo si capisce perché appena cento teste più avanti un gruppo di scout intona una canzone religiosa, loro s’inseriscono nel coro. Meno di chiesa - lo confesseranno loro stessi - sono i due ragazzi arrivati da Visciano, provincia di Napoli, occhiali a specchio, capelli rasati e magliette che non riescono a contenere i muscoli. Si sono incolonnati alle 5.30 dall’altra parte, zona piazza Risorgimento, e adesso stanno a metà di via della Conciliazione. Vedono la basilica, ce la faranno. Perché tutto questo? «Perché questo Papa è stato un grande».

Come una rock star, viene da pensare, e i confini della fede sembrano debordare in qualcos’altro. Altri napoletani, fuori dalla fila, vendono i cappellini gialli con l’immagine del Papa, «due cinque euro!», in un’ora ne sono andati via mille. Ma il gruppo di suore raccolte in preghiera e incolonnate da chissà quanto, come il sacerdote che aiuta i volontari della protezione civile a distribuire l’acqua (gratis), rimandano altre atmosfere. E pure la signora ormai in età col rosario in mano, che chiede garbatamente a un poliziotto di aprire la transenna perché ha la necessità di un bagno. Con l’aumento degli arrivi, la durata dell’attesa verrà stimata in circa 20 ore.

In ogni caso, quali che siano le motivazioni e il senso dell’evento, continuano ad arrivare. E Roma - questa parte, ma anche il resto - rischia di rimanere schiacciata sotto la pressione della folla che spinge per andare a vedere il Papa, e poi per partecipare ai funerali, e dopo - si teme - per visitare la sua tomba. «Oggi siete un milione», spiega Serra a un pellegrino che si lamenta, e aggiunge: «In tutto si prevedono quattro milioni e forse più nel giro di una settimana». Più o meno come se la popolazione di Roma raddoppiasse in sette giorni. «Un evento che non ha paragoni nella storia della capitale, ma anche nella storia d’Italia e forse del mondo», dichiara ancora il prefetto all’inviato della Cnn. L’intervista finisce giusto in tempo per evitare che nei microfoni resti inciso il grido di «Vergogna! Vergogna!» che si alza da una fila bloccata quando i poliziotti aprono il cordone e fanno passare quelli che aspettavano in cima a un’altra coda. È una questione di turni. Quando toccherà di passare a quelli che ora gridano, saranno gli altri a protestare. Ma per fortuna, e per adesso, le urla si spengono in fretta.

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