Da Il Messaggero del 15/03/2005

L’ANALISI

Sciiti e curdi divisi Bagdad senza pace

di Marcella Emiliani

IL NUOVO parlamento iracheno dovrebbe cominciare i lavori per redigere la nuova Costituzione e per nominare il nuovo governo, ma curdi e sciiti non riescono a mettersi d’accordo. Il motivo del contendere è rappresentato dalla provincia di Kirkuk, eldorado petrolifero del paese, che Saddam Hussein aveva scorporato dal Kurdistan, procedendo anche ad una vera e propria epurazione etnica – sempre ai danni dei curdi, che furono espulsi dall’area in almeno 100.000 – per impedire che con la loro guerriglia intralciassero o sabotassero la produzione di greggio. Oggi i curdi chiedono che Kirkuk venga restituita loro subito, e vengano allontanate dall’area quelle popolazioni arabofone che l’ex dittatore vi aveva insediato. Non è che gli sciiti non siano d’accordo, ma quello che propongono è di posporre la “questione Kirkuk”. Prima, a loro parere, bisogna decidere sulla forma di Stato che l’Iraq dovrà adottare (rimanere uno Stato unitario o trasformarsi in federazione?) e sull’atteggiamento da tenere coi sunniti. L’Alleanza islamica unita del grande ayatollah al-Sistani, in altre parole, chiede tempo, ma i curdi hanno fretta, temono di essere imbrogliati dagli sciiti come lo furono da Saddam, insomma non si fidano. La nuova democrazia irachena, in altre parole, deve fare i conti con gli interessi particolaristici delle sue tormentate comunità e questo rischia non solo di allungare i tempi di nomina del nuovo governo, ma di seminare il malcontento anche in quelle parti della popolazione (i curdi e gli sciiti, appunto) che più hanno confidato nel buon esito delle elezioni del 30 gennaio scorso e che da quelle elezioni sono stati premiati: l’Alleanza sciita con 146 seggi, il fronte curdo con 77. Uniti i due schieramenti hanno la maggioranza dei due terzi dei 275 seggi, necessari per redigere la nuova Costituzione, ma il compromesso ancora non si trova. E il fattore tempo, in Iraq è cruciale. Prima si nomina il nuovo governo e si redige la nuova Costituzione, prima potranno – forse - andarsene le truppe straniere, e prima – forse – si riuscirà ad avere ragione del peggiore terrorismo islamico.

Nel frattempo l’informazione sull’Iraq langue. Dopo la liberazione di Giuliana Sgrena ed il giallo dell’”incidente” sulla strada per l’aeroporto di Bagdad, sui media italiani, la copertura giornalistica di giorno in giorno va scemando, nonostante sia adesso il momento in cui si fanno i giochi decisivi per il futuro del paese. Certo, tutti i corrispondenti italiani sono stati richiamati in patria per sacrosanti motivi di sicurezza, ma nel Terzo Millennio non siamo più al giornalismo ruspante dei Montanelli e dei Barzini che, Olivetti 22 in spalla, battevano a macchina dal teatro dei combattimenti. Le fonti oggi si trovano via Internet e i telefoni satellitari permettono di raggiungere qualsiasi angolo della terra. Il fatto è che anche la guerra in Iraq è diventata routine e le prime pagine o le copertine dei TG hanno un sussulto solo quando arriva il fatto di sangue eclatante. La politica in quanto tale interessa decisamente meno, anche se è stato per il cambio di un regime politico che la guerra è stata dichiarata o che le nostre truppe rimangono ancora a Nassiriya.

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