Da Corriere della Sera del 16/03/2005

Berlusconi annuncia il ritiro graduale dall’Iraq

A «Porta a porta»: l’opinione pubblica lo chiede. Gli Usa: prima di partire garantiremo la sicurezza

di Maurizio Caprara

ROMA - «Già da settembre cominceremo una progressiva riduzione del numero dei nostri soldati in Iraq». Silvio Berlusconi, davanti alle telecamere di Porta a porta, ha cambiato l’angolatura del dibattito italiano sulla missione militare nel Paese che fu dominio di Saddam Hussein. In pubblico, finora, i membri del governo del nostro Paese ne avevano parlato stando attenti a evitare date precise di rientro. Quando ne avevano ipotizzate, non erano mancate le precisazioni successive. E’ bene tenere presente che ieri il presidente del Consiglio ha legato un ritiro a fattori tutti da verificare: «Dipende dalla capacità che il governo iracheno avrà nel dotarsi di adeguate forze dell’ordine e di sicurezza», ha affermato, e dal raggiungimento di «condizioni di sicurezza accettabili».


BUSH E L’«ONORE» - Mentre la Farnesina sconsiglia di andare in Iraq ai giornalisti e agli italiani che non siano indispensabili per la missione «Antica Babilonia» e la diplomazia, le due condizioni indicate da Berlusconi non sembrano a portata di mano. Dalla Casa Bianca, il portavoce Scott McClellan ha commentato le parole del Cavaliere confermando che la «coalizione dei volonterosi» non può fare le valigie prima di essere arrivata più avanti nel lavoro: «Siamo grati all’Italia per il contributo dato in Iraq e per aver servito a fianco delle truppe della coalizione e di quelle irachene. Il nostro obiettivo ora rimane concentrato sull’addestramento delle forze irachene di modo che, alla fine, anche le nostre truppe possano far ritorno in patria con onore».

Onore, è il requisito evocato da McClellan. «Non abbiamo parlato di una strategia di uscita, ma di successo», si era premurata di sottolineare l’8 febbraio Condoleezza Rice dopo aver fatto il punto sull’Iraq con Gianfranco Fini a Roma. E’ più che improbabile che Berlusconi cerchi una rotta di collisione con George W. Bush. Appena gli è stato domandato se l’annuncio del presidente del Consiglio italiano era legato all’uccisione del dirigente del Sismi Nicola Calipari, il portavoce della Casa Bianca ha risposto di non ravvisare «connessioni». Insomma, una riduzione del contingente non è considerata una reazione a quell’incidente.


OPINIONE PUBBLICA - I militari italiani in Iraq sono circa 3.300: tanti risultavano secondo i dati diffusi il 21 febbraio dal ministero della Difesa. Ridurne il numero è diverso dal definire conclusa la loro missione. Non sempre le nostre forze armate sono state così impegnate all’estero: in base all’ultimo conteggio fuori dall’Italia abbiamo 9.053 militari. Nell’arco di un anno, le rotazioni comportano l’impegno di molte più persone. Un alleggerimento non sarebbe malvisto in caserme sotto pressione. Ma il presidente del Consiglio ha fornito una motivazione più specifica per la riduzione: «Ne ho parlato con Tony Blair, ed è l’opinione pubblica dei nostri Paesi che si aspetta questa decisione». Opinione pubblica, quando si profilano elezioni, significa voti.


I TEMPI DI FINI - Bush non ha interesse a mettere in difficoltà il fondatore di Forza Italia. E’ sulle quantità e i tempi dei rientri parziali che potrebbero semmai profilarsi impostazioni non identiche. Le dichiarazioni di Berlusconi non erano scontate. Fini, in un’intervista al francese Le Point resa nota ieri mattina, era stato categorico: «Non abbiamo alcuna ragione di ritirare le truppe italiane dall'Iraq». Neanche per affrontare le elezioni del 2006 senza il contingente laggiù? Sarebbe «meschino», aveva sostenuto il ministro degli Esteri. Berlusconi, più tardi, ha accompagnato l’annuncio sulla riduzione con un attestato di «comportamento responsabile» al centro-sinistra per non aver votato l’ordine del giorno dei Comunisti italiani sul ritiro immediato.

Non è stata percepita come una valutazione affettuosa. Dai Ds, Piero Fassino ha giudicato «uno sgarbo grave» che il Cavaliere abbia annunciato le sue intenzioni in tv e non alla Camera, chiamata ieri a votare il rifinanziamento della missione.

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