Da Corriere della Sera del 01/02/2005

Pace e guerra, riflessioni dopo la svolta

Bagdad, il voto che cambia tutto

di Gianni Riotta

Non c’è bisogno di cambiare idea sulla guerra per lavorare ora alla pace. Non è necessario approvare l’intervento in Iraq contro Saddam Hussein, per gioire con i milioni di coraggiosi cittadini e cittadine che han votato, da Bagdad, al Kurdistan, alle aree sciite, perfino tra le trincee fumanti di Falluja. Comunque abbiano giudicato l’assalto a Bagdad, le coscienze si emozionano davanti a milioni di polpastrelli colorati di indaco, conferma del primo voto libero di un popolo sfortunato. Così, ieri, quotidiani già ostili alla guerra hanno registrato con enfasi la straordinaria domenica di libertà acerba, dal parigino Le Monde che parla di «vittoria di Bush» e «primo passo» verso la democrazia, al New York Times persuaso che «i coraggiosi iracheni abbiano votato al di là delle più ottimistiche previsioni» e che sia «l’ora di gioire». Né Le Monde , né il New York Times , hanno mutato le loro, negative, opinioni sul presidente George W. Bush. Ammettono però, con pragmatismo, che non si possono abbandonare gli iracheni. Di converso, il giornale dei falchi irriducibili, il Wall Street Journal , converge al centro, chiamando gli Usa «alla diplomazia... e al compromesso politico». Davanti alle code intrepide degli iracheni ai seggi, le polemiche furiose di due anni fa si rivelano caduche, inadatte a comporre un dramma storico, aperto d’un tratto alla speranza. Chi avesse ancora dubbi sulla strategia dei ribelli, legga il manifesto del capo terrorista Abu Musab al Zarkawi: «Guerra senza quartiere contro i princìpi della democrazia e tutti coloro che li difendono». Altro che «scontro delle civiltà», Occidente contro Oriente! Per al Zarkawi, noi occidentali e gli elettori iracheni siamo alleati, e insieme dobbiamo essere puniti.

E’ quanto hanno compreso le voci libere decise a sostenere, senza reticenze, la lenta emancipazione dell’Iraq, dai filosofi Ignatieff e Walzer, ai saggisti Hitchens e Berman, ai premi Nobel per la Pace Wiesel e Ramos-Horta, al fondatore di «Medici senza Frontiere» Kouchner, perfino al Dalai Lama. E’ ora che anche i leader riformisti della sinistra italiana si pronuncino, in concreto, sui passi per costruire un Iraq libero e stabile. Certo, molti nodi restano avviluppati, dal rapporto degli sciiti di Al Sistani con la teocrazia, al ruolo dei sunniti, all’indipendenza curda, il petrolio e le basi americane: ma sono problemi da risolvere, come tanti prima, dall’Irlanda del Nord a Timor Est, con trattative e dialogo. Rassegnarsi all’immobilismo, sulla falsariga di Parigi e Berlino, gioverà poco al consenso del centrosinistra, e nulla alla sua ambizione di rappresentarsi come erede degli ideali di libertà e giustizia.

Non c’è bisogno di acrobatici revisionismi, né sono richiesti tortuosi atti di autocritica per riconoscere che in Iraq s’è voltato pagina, partecipando, con realismo, alla ricostruzione, materiale e politica, a partire dalla missione di peace-keeping di Nassiriya. Il compito di far chiarezza riguarda i leader realisti che vogliono raccogliersi intorno all’ex presidente europeo Prodi, ed è Piero Fassino a disporre, per primo, di una tribuna propizia, il congresso dei Ds, per chiamare i tanti che, in buona fede, sventolarono le bandiere arcobaleno della pace a un nuovo, e non meno nobile, impegno: costruire la pace, schierandosi, «senza se e senza ma», dalla parte degli iracheni in umile coda per votare e contro i boia che complottano nell’ombra. Domenica a Bagdad un ragazzo che ha perduto le gambe in un attacco terrorista, ha atteso a lungo per votare e poi ha detto a un cronista: «Non sarei mancato a nessun costo, avessi dovuto strisciare fin qui». Si può restare indifferenti davanti a gente così?

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