Da Corriere della Sera del 19/01/2005

Condi dice addio ai neoconservatori

di Gianni Riotta

La deposizione della neo Segretaria di Stato Condoleezza Rice sarà piaciuta assai poco ai suoi amici che osservano la filosofia dei neoconservatori. Nella lunga, e calorosa, testimonianza davanti al Senato (che il Corriere ospita nella serie de Il Documento ) la Rice ha citato Dean Acheson, il padre fondatore della politica estera americana, teorico del fronteggiare con le armi l’Unione Sovietica, conquistando però il consenso nella battaglia delle idee, di valori, di cultura e con il sostegno finanziario ai Paesi poveri. Agli alleati, soprattutto agli europei e in particolare alla Germania del cancelliere Schröder che si vuole staccare presto dall’intesa anti Usa con il presidente francese Chirac, la Rice ha offerto collaborazione e dialogo. Il disprezzo che circonda il vecchio continente, e le sue difficoltà, politiche e sociali, nei circoli dei «neocon» si dissolve nella retorica della neoministro. Alla vigilia del viaggio del presidente Bush in Europa, con al fianco il pragmatico Robert Zoellick, che ha astutamente tolto dal tavolo le controversie a proposito di aeronautica, la Rice ha offerto al Paese e all’opinione pubblica mondiale un’immagine moderata, diplomatica, senza spigoli. Commovendo nel ricordare le umili origini, l’odio razzista subito da bambina in Alabama, la fede religiosa nella libertà. E’ il segnale, tanto atteso, di un Bush II, quella svolta nell’amministrazione Usa che è indispensabile per riaprire i contatti sull’agenda globale? Il mentore della Rice, Colin Powell, ha aperto la strada con l’intervento umanitario nelle aree colpite dallo tsunami, e la «faccia nobile dell’America» fa notare che la monarchia saudita ha lasciato gli spiccioli di pochi milioni di euro ai terremotati musulmani, dilapidandone cento in una sola vacanza natalizia da nababbi a Marbella. Basterà? La chiave è, nonostante tutto, non nelle aule di vetrocemento di Bruxelles, non nei caffè di Parigi e nelle birrerie di Berlino, e neppure nelle madrasse musulmane alla frontiera del Pakistan. Malgrado tutto le speranze di una seconda amministrazione Bush sono affidate al controllo di Bagdad, dell’Iraq e nell’esito positivo, sia pur lento, della semina di democrazia in quel Paese. Sotto processo deve andare, ancor prima che la scelta di andare in guerra, sulla quale, come ha detto il Dalai Lama solo la storia giudicherà, la sconsiderata gestione del dopoguerra, inefficiente e avara, con le follie di Abu Ghraib. Se da Bagdad scaturisse un esito «afghano», con un presidente capace almeno di stabilizzare il Paese, l’onda del risentimento rifluirà. Il tono della Rice ieri era quello giusto, ora devono seguire i fatti. Gli europei, comunque la pensassero nel 2003, devono riflettere su come respingere l’ondata fondamentalista, culturale e militare, come opporsi a chi, per far rinviare il voto in Iraq, sgozza suoi innocenti connazionali. In tante occasioni, a rotture ed errori della storia son seguiti esiti positivi, dalla caduta del fascismo in Grecia, alla fine della giunta militare in Argentina. Se l’opinione pubblica resterà neutrale tra alleati con cui pure si è critici e banditi senza onore, il prezzo da pagare sarà più grave della rottura atlantica: sarà il declino politico, morale e filosofico dell’Europa, cui presto seguirà il ristagno economico. La primavera 2005 deve vedere la riapertura del dialogo tra le democrazie, un impegno comune in Iraq e in Medio Oriente, il sostegno al piano Onu per dimezzare la povertà. Eludere questa sfida isolerebbe gli Usa, ma farebbe avvizzire il futuro europeo.

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