Da La Repubblica del 28/12/2004

L´Ucraina "arancione" e i nuovi confini della nostra Europa

di Lucio Caracciolo

Da oggi l´Ucraina è anche un nostro problema. Optando per Yushenko, la grande repubblica ex sovietica ha compiuto infatti una scelta di campo: vuole la Nato e soprattutto l´Unione europea. Traguardi difficili, anzitutto per ragioni interne. Il terzo voto in due mesi conferma infatti che le Ucraine sono due. Quella filo-occidentale incarnata da Yushenko e quella, minoritaria ma corposa, che guarda tuttora alla madre Russia. Se le province sud-orientali hanno continuato a votare per il perdente Yanukovich, è per testimoniare che non intendono rompere il cordone ombelicale che le lega a Mosca. Il rischio è che mezza Ucraina si rifiuti di riconoscere Yushenko come suo presidente.

Ma il principale ostacolo all´occidentalizzazione dell´Ucraina siamo noi europei. Bruxelles colloca Kiev nel girone dei paesi amici ma non candidabili all´Unione europea. Insieme alla Moldavia, ma anche al Marocco e all´ancora inesistente Palestina. Visti dalla Commissione Barroso gli ucraini sono meno europei dei turchi.

Nell´Ue Yushenko può però contare su alcuni avvocati. In particolare polacchi e lituani, che si sono già spesi per lui in questi mesi di crisi. Ma gli ex satelliti di Mosca non possono certo sostenere i costi di integrazione di un paese di 48 milioni di abitanti, molti dei quali appena sopra la soglia di povertà. Sicché le principali cancellerie europee affronteranno con molta riluttanza il dossier ucraino, se e quando decideranno di aprirlo.

Come già nell´Ottantanove, quando l´Est riscopre le radici europee e si appassiona per la democrazia e per la libertà, noi della Vecchia Europa siamo divisi tra cuore e portafogli. C´è la spontanea simpatia per chi aderisce ai nostri valori. Ma c´è soprattutto la paura di doverci stringere nella nostra comoda casa per lasciare spazio agli aspiranti coinquilini. Per i nostri piccoli e medi industriali, ad esempio, l´integrazione comunitaria dell´Ucraina significherebbe perdere un territorio di delocalizzazione particolarmente attraente.

Se non potrà entrare presto nell´Unione europea, almeno l´Ucraina arancione potrà agganciarsi alla Nato? Per Bush la questione è aperta, ma non attuale. Oggi una Kiev atlantica suonerebbe estrema provocazione nei confronti dell´"amico Putin". Gli americani hanno sostenuto la campagna di Yushenko, finanziando i media e le organizzazioni non governative filo-occidentali, oltre al movimento studentesco, punta di diamante della rivoluzione democratica. A conferma che gli antichi riflessi della guerra fredda continuano a correre sotto la pelle delle ambigue relazioni russo-americane.

Gli ucraini sono però andati oltre le aspettative di Washington. Bush era interessato a un cambiamento al vertice in un paese nel quale gli Stati Uniti da anni pompano miliardi di dollari, fino a ieri intascati dal poco raccomandabile Kuchma. In questo modo la Casa Bianca intendeva mandare un segnale a Putin: se sei dei nostri, dimostra che hai rinunciato a trattare l´Ucraina da provincia imperiale. Non per questo Bush ha mai pensato che la rivoluzione arancione dovesse portare di slancio l´Ucraina nella famiglia atlantica. In tempi di guerra al terrorismo, non è il caso per gli Usa di aprire un fronte antirusso.

Ma all´interno della Nato lo schieramento ex sovietico (baltici e polacchi in testa) vede nel movimento arancione l´occasione di vincere un´importante partita energetica. Si tratta di far leva sulla nuova Ucraina per riorientare gli assi energetici che portano in Europa il petrolio del Caspio e dell´Asia centrale. Dal classico percorso est-ovest, il corridoio petrolifero centrale ereditato dall´Urss, a una direttrice Mar Nero-Baltico. La Chevron Texaco ha già sponsorizzato un progetto di pipeline da Odessa a Danzica. Tutto ciò a scapito della Russia, privata della possibilità di commercializzare via Ucraina il petrolio russo e centroasiatico. Non si capisce l´autogol di Putin, trascinato da un vecchio riflesso Kgb a sostenere il perdente Yanukovich, senza considerare il valore della posta petrolifera.

Putin ha perso una battaglia in Ucraina. Ma la partita non è chiusa. Passato l´entusiasmo della vittoria, Yushenko ha un doppio problema. Primo, essere accettato come presidente da tutti gli ucraini. Secondo, mantenere almeno in parte le promesse: democrazia, libertà e una vita migliore nella casa europea. Il paradosso è che per questo Yushenko ha bisogno anzitutto di Putin. Kiev resta totalmente dipendente da Mosca sotto il profilo energetico. E non si vede, per ora, una corsa occidentale a investire in Ucraina.

La rivoluzione democratica di Yushenko ci dovrebbe spingere a prendere posizione. Non ha senso concepire l´Ucraina come barriera contro la Russia. Anzi, possiamo favorire la graduale integrazione del popolo ucraino nella famiglia europea d´intesa con Mosca. Per questo occorre anzitutto evitare la secessione del Sud-Est filorusso, o anche solo il suo distacco di fatto da Kiev. E aiutare l´Ucraina a strutturarsi come saldatura strategica fra noi e la Russia. Non solo uno spazio anonimo attraversato dai tubi che ci portano l´energia russa ed asiatica, ma un effettivo soggetto geopolitico finalmente sottratto alla prepotenza degli oligarchi e dei despoti.

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