Da La Stampa del 28/12/2004

Torna a crescere la tensione tra Cina e Giappone: anche per colpa di Taipei

Taiwan, l’isola della discordia

di Francesco Sisci

La vicenda ha sapori di vecchia politica europea, il patriottico irredentismo italiano per Trento e Trieste austriache, la competizione tra Francia e Germania per la sponda occidentale del Reno. Sono il pane e companatico dei manuali di storia del nostro liceo, cose che però da decenni si sono allontanate dalle cronache dei giornali. In Asia no, le questioni di confini, del passato sono ancora qui a tenere tesi i titoli dei quotidiani. Così la visita di ieri a Tokyo dell'81enne politico tawanese Lee Teng-hui sta portando a livello di ebollizione i rapporti tra Pechino e Tokyo.

Lee è stato presidente di Taiwan. È l'uomo che ha portato l'isola alla democrazia e che dopo il fallimento di colloqui con Pechino sulla riunificazione agli inizi degli anni 90 ha spinto per una dichiarazione formale di indipendenza di Taipei dal continente cinese. Oggi è considerato il padrino politico dell'attuale presidente taiwanese Chen Shui-bian, colui che ha assunto come sua missione rompere l'ambiguità tra Pechino e Taipei, entrambi riconoscendo di essere formalmente parte di una stessa Cina.

Per Pechino tali tentativi mettono a rischio l'unità della Cina. Pechino vorrebbe mantenere lo status quo dell'ambiguità attuale di Taiwan (indipendente solo di fatto e non di diritto); se accettasse formalmente l'indipendenza dell'isola questo inasprirebbe le tendenze indipendentiste di regioni come il Tibet o il Xinjiang, che occupano oltre la metà del territorio nazionale. Solo che questo non è un gioco isolato ma è parte di una complessa partita internazionale che mette a rischio gli equilibri nell'area economicamente più dinamica del mondo. Gli Stati Uniti, antichi protettori di Taiwan, negli ultimi anni si sono raffreddati verso Chen. Washington, con le mani legate dalla guerra in Iraq e occupata a risolvere la tensione in Nord Corea, non vuole aprire un nuovo fronte a Taiwan, vorrebbe, come Pechino, mantenere lo status quo. Perciò guarda spesso con fastidio alle azioni di Chen o Lee, che considera provocatorie.

Ma la situazione è diversa a Tokyo. Qui la prospettiva di un ritorno di Taiwan alla piena sovranità cinese è uno spettro. Per lo stretto di Taiwan passa gran parte del commercio giapponese per l'Asia e l'Europa, e arriva la quasi totalità dei suoi rifornimenti di idrocarburi. Inoltre la crescita economica cinese oggettivamente getta un'ombra sull'influenza nipponica finora indiscussa nell'area.

Oltre alle questioni di confine poi si agitano ancora i fantasmi della seconda guerra mondiale. Il premier giapponese Junichiro Koizumi ha cercato di dare una sterzata all'economia del suo Paese ma ha anche ritessuto i rapporti con la destra nazionale. I cinesi sono infastiditi per le rituali visite di Koizumi all'altare Yasakuni, dove sono sepolti i resti dei caduti nipponici, e di una dozzina di criminali di guerra, giustiziati dagli americani dopo il 1945.

La visita di Lee, ufficialmente per motivi di turismo, era ufficialmente osteggiata da Pechino. Ma Tokyo spiegava che non poteva impedire il viaggio di un anziano signore che non ha più cariche pubbliche. Per Pechino però è sale sulle ferite. Ieri il Quotidiano del Popolo, voce del governo cinese, lanciava un attacco contro il viaggio. È «un segnale sbagliato», «ovviamente è pura connivenza e appoggio (del Giappone, ndr) alle attività separatiste di Taiwan». Scopo della visita è «seminare discordia tra Cina e Giappone» e conclude minaccioso che tali forze «raccoglieranno quello che hanno seminato».

Tale raccolto è comunque cosa estremamente complicata.

Nell'ultimo mese un sottomarino cinese è stato scoperto, probabilmente su segnalazione taiwanese, nelle acque tarritoriali giapponesi. Il 10 dicembre un documento del ministero della difesa di Tokyo denunciava la Cina come «una minaccia potenziale». Ci sono poi ambizioni in conflitto su depositi di gas al largo delle coste sino-giapponesi e piani contrastanti sul tracciato di un gasdotto che dovrebbe portare metano russo a Cina e Giappone. Pechino vorrebbe che scendesse fino a Dalian, a Sud della penisola coreana, Tokyo lo vuole invece a Nord della penisola. C'è quindi lo status internazionale. Pechino si è detta favorevole per un seggio permanente al consiglio di sicurezza dell'Onu per New Delhi ma contrasta analoghe ambizioni di Tokyo.

In questa atmosfera domani Pechino dovrebbe approvare il testo di una nuova legge contro la secessione. La legge è chiaramente pensata per tirare una linea chiara contro le attività di Lee e Chen. Tale legge però, una volta studiato il testo, potrebbe essere considerata dagli Usa un mutamento dello status quo e quindi irritare anche Washington. A Taiwan poi le elezioni parlamentari del 10 dicembre hanno segnato una dura battuta di arresto della crescita politica delle forze di Chen Shui-bian. Oggi Chen è sulla difensiva ma la nuova legge sulla secessione e le dure reazioni di Pechino al viaggio di Lee potrebbero ridare fiato alle polemiche anticinesi nell'isola.

Dall'altro canto c'è invece l'economia con un interscambio che nel 2004 dovrebbe toccare i 150 miliardi di dollari. Il Giappone è il primo partner commerciale della Cina e la Cina è il secondo partner commerciale del Giappone, dopo gli Stati uniti. Non solo: negli ultimi due anni Pechino ha avuto un deficit commerciale con Tokyo e proprio questo deficit ha contribuito al recente rilancio dell'economia nipponica.

Questi dati spingono alcuni intellettuali cinesi a chiedere al loro governo maggiori concessioni politiche per il Giappone. Gli fanno eco intellettuali giapponesi che vorrebbero seppellire per sempre l'ombra del loro passato nella regione. Lo scopo è il futuro: creare un mercato comune asiatico. In tal senso si muove anche una significativa iniziativa thailandese, che l'anno scorso ha lanciato un bond di riserva asiatico, denominato in dollari. Tale bond potrebbe diventare il primo mattone di un Fondo monetario asiatico, contro eventuali crisi finanziarie come quella del 1997. Ma l'economia non sembra modificare il quadro di percezione dei due popoli l'uno per l'altro. Sondaggi d'opinioni sulle due sponde del Mar Giallo registrano una crescente antipatia reciproca tra i giovani. La storia della Trento e Trieste asiatica, che qui si chiamano isole Senkaku (per i giapponesi) o Diaoyu (per i cinesi) fanno inalberare i ragazzi cinesi. I loro coetanei di Tokyo e Osaka invece temono una crescita della Cina che ricordi quella della Germania guglielmina di fine '800. In questo contesto non è chiaro cosa sia Taiwan, se una difesa contro tentativi di disintegrazione del continente cinese o una aggressione espansionistica verso il mare.

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