Da La Repubblica del 30/12/2004

La tragedia dei sopravvissuti abbandonati al loro destino

Sri Lanka, pochi mezzi, scorte finite. I soccorsi non arrivano

Sulla costa devastata né mezzi né personale dello Stato o stranieri
La Protezione italiana è ferma nella zona di Galle, ma non riesce a raggiungere altre aree
Gli abitanti rimasti in vita devono portare via i cadaveri, ripulire i detriti e curare se stessi
Ritardi, lacune, sottovalutazioni: gravi responsabilità delle ambasciate europee

di Omero Ciai

GALLE (SRI LANKA) - I corpi che il mare restituisce sembrano bambole, gonfie e irriconoscibili. A Galle li portano nel prato della piazza sul lungomare, se qualcuno li riconosce prepara la bara e il funerale.

Altrimenti finiscono prima all´ospedale e poi nelle fosse comuni. In ogni caso è un fatto privato, della famiglia, non c´è ombra di Stato in questa tragedia: non c´è Croce rossa locale, non ci sono pompieri, non c´è esercito né polizia.

«Quelli di solito stanno soltanto a guardare», racconta Mondi, un ragazzo di Bergamo, innamorato del cricket che «in Sri Lanka è quasi una religione». «Nessuno - racconta - è venuto ad aiutarci, ognuno è stato costretto a fare da solo».

I sopravvissuti hanno iniziato a ripulire dai detriti le case o i negozi rimasti in piedi. Quando trovano un cadavere, si guardano intorno, cercano un pezzo di legno abbastanza lungo e ce lo appoggiano sopra, dopo averlo coperto con un straccio, per portarlo via. Lungo la costa, fra Galle e Hikkaduwa, abbiamo visto quattro soldati. E non erano coinvolti nei soccorsi ma in missione di vigilanza. L´assenza di una solidarietà nazionale, di uno sforzo comune di fronte a una catastrofe naturale che ha provocato quasi 25mila morti è la spietata realtà che qui attribuiscono alla struttura tribale della società.

Ma se le strutture locali sono del tutto inesistenti di fronte a una situazione apocalittica, anche il resto del mondo ha dato prova di una sottovalutazione gravissima di ciò che stava accadendo. Oggi, possiamo sapere quasi in tempo reale ciò che accade in ogni parte del globo ma non siamo capaci di affrontare nessuna tragedia in una dimensione globale. Facciamo subito un esempio: l´Europa.

La presidenza semestrale dell´Unione è olandese. E all´Olanda toccherebbe anche coordinare il gruppo comune di soccorso. Bene: l´ambasciatore olandese in Sri Lanka è in ferie, l´ambasciata praticamente chiusa. Ma neppure la Gran Bretagna, che ha con questi luoghi un´antica «relazione particolare» - lo Sri Lanka è stata una colonia di Sua Maestà per oltre un secolo - , ha finora prodotto granché.

Lungo la costa, gironzola in pick-up, un funzionario dell´ambasciata di Londra che appende cartellini nei ristoranti avvisando i connazionali dei voli speciali per tornare a casa. Per non parlare dell´ambasciata di Parigi che spiega ai francesi intrappolati nei paradisi naturali delle baiette locali che può rimpatriarli se arrivano a Colombo mentre il loro problema è esattamente l´impossibilità di arrivare nella capitale con i propri mezzi.

Da quattro giorni, una signora italiana, Anna Rampazzo, è sdraiata su una panca nella hall dell´hotel Oriental nel quartiere del forte olandese di Galle. Ha una vertebra fratturata e non può essere trasportata in auto perché rischierebbe una lesione al midollo e la perdita dell´uso delle gambe. Per muoverla ci vuole un elicottero.

Ma non c´è. Quando i responsabili del piccolo team della Protezione civile hanno suggerito all´ambasciatore Zotto di chiederne uno al governo locale la risposta è stata: «Macché glielo chiediamo a fare, tanto non ce lo danno».

L´ambasciata italiana non è stata soltanto travolta dall´emergenza. Non è stata capace neppure di fornire un supporto logistico minimo. Una parte del team della Protezione civile è riuscito a raggiungere il sud del paese grazie ad un pulmino affittato dai giornalisti. Pulmino che era stato chiesto ventiquattr´ore prima al consigliere Massimo Darchini che, incapace di organizzare l´affitto di un mezzo di trasporto, ha poi sostenuto di non essere preposto ad occuparsi di simili minuzie.

Mentre la Protezione civile provava tra mille difficoltà ad evacuare gli italiani raggiungibili, l´ambasciata rispondeva che non era previsto alcun intervento occupata com´era a gestire il trasferimento delle famiglie di quattro impiegati.

Una figuraccia europea che si somma alla figuraccia internazionale. L´impostazione dei primi interventi è stata semplicemente mirata al recupero dei propri connazionali in vacanza. Una strategia egoista che nell´apocalisse si è rivelata non solo miope ma forse anche criminale. Adesso tutti cercano scuse. La distanza dell´area, dalle dieci alle quattordici ore di volo, il ritardo con il quale i paesi coinvolti hanno chiesto aiuto, la difficoltà di prevedere un disastro di simili proporzioni e la sua vastità geografica, praticamente tutto il golfo del Bengala. Il risultato è che anche i piccoli gruppi di soccorritori delle organizzazioni nazionali inviati qui non sono in grado neppure di verificare la situazione dei loro connazionali. La Protezione civile italiana è ferma nella zona di Galle, dove ha già montato un ospedale da campo con i medici dell´università di Pisa. Ma Galle non è altro che il primo centro raggiungibile: oltre cosa c´è? Quanti italiani dispersi possono trovarsi dall´altra parte della costa? Soltanto a Matara, appena venti chilometri più a est potrebbero esserci dei morti italiani nel Dickwella Village Resort, una famosa spiaggia per stranieri spazzata via dalle onde. Ma nessuno c´è ancora arrivato. Ora lo Sri Lanka, ma la situazione non è molto diversa né in India né in Thailandia, è dal punto di vista degli aiuti internazionali un deserto. Servono farmaci, cibo, vestiti e magari anche elicotteri ma non è arrivato assolutamente nulla. Perfino l´Onu e la Croce rossa internazionale sono nella lista nera dei latitanti. E stupisce anche l´assenza della solidarietà di base, quella che nasce dal volontariato della Chiesa e delle organizzazioni umanitarie. Semplicemente non ci sono. Forse arriveranno.

Di certo c´è che la pigrizia del mondo ricco questa volta appare inaccettabile. «Ho passato due giorni a scavare con le mani - dice infine Mondi - , di notte non si poteva perché non c´era nulla per illuminare il disastro. Gli stranieri superstiti che erano qui in vacanza sono stati i primi a scappare, non hanno mosso un dito per aiutare, ora mi vergogno anche per loro».

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