Da Corriere della Sera del 31/12/2004

In fila per un po’ di cibo nella città rasa al suolo

Non esiste più nulla: spariti case, negozi, ristoranti. Gli abitanti, silenziosi, aspettano i soccorsi

di Fiorenza Sarzanini

MATARA (Sri Lanka) - Restano in fila sotto il sole per ore. Aspettano un sacchetto di viveri, qualche litro di benzina. Quando il pulmino della Protezione civile arriva a Matara, un uomo con una neonata in braccio si avvicina in maniera discreta. Indica la figlia, chiede un po’ d’acqua. Prende la bottiglia e sorride: niente, qui niente». In città non c’è più nulla: le poche case rimaste in piedi sono vuote, i negozi sbarrati. Uomini e donne si aggirano per strada come fantasmi. Appaiono sconvolti e rassegnati. Sembrano ormai incapaci di reagire. Piangono i morti e piangono per la loro vita distrutta. Sanno bene che sarà difficilissimo riuscire a ricostruire un’esistenza.

Sulla spiaggia che arriva sino a Dickwella c’erano decine di ristoranti e guest-house. Bungalow accoglienti per i turisti che scappano dal caos e vengono a trascorrere le vacanze in quest’angolo di paradiso. L’onda di maremoto ha portato via tutto. In meno di cinque minuti ha cancellato interi villaggi. Resta disoccupato chi aveva un’attività propria. Ma anche chi aveva trovato un impiego nei resort e nei locali gestiti dagli occidentali. Italiani, inglesi e tedeschi che hanno abbandonato il loro Paese e hanno scelto di vivere qui, avevano dato lavoro a migliaia di persone. Adesso fanno i conti con la catastrofe umanitaria, ma anche con il disastro economico che rischia di portare lo Sri Lanka alla rovina. Non c’è più la banca, l’ufficio postale è sparito, la stazione della polizia locale è pericolante.

Si vive con poco qui. Ma quel poco è naturalmente indispensabile. Krishan faceva il cameriere nel ristorante aperto da un romano. Guadagnava 4.500 rupie al mese, circa 35 euro. Una somma sufficiente a far star bene la sua famiglia: moglie e due bambini. Il locale non esiste più, Krishan è un uomo disperato. «Che cosa farò? Non so proprio come riusciremo a sopravvivere. Qui è tutto distrutto, non abbiamo niente da fare». È lunga la coda per arrivare al camion degli aiuti. La macchina locale dei soccorsi non riesce a far fronte all’emergenza.

Krishan resta in attesa: «La mia casa non esiste più, siamo stati ospitati da amici, ma dovremo trovare una sistemazione. Mia moglie piange sempre... Ora le porto un po’ di cibo». Mangju affittava surf sulla spiaggia. Prima del maremoto questo era uno dei luoghi preferiti da chi sa cavalcare le onde. Adesso chi guarda il mare lo fa con terrore. Asanga aveva un negozio di vestiti, con i turisti faceva affari d’oro. Pareo, magliette, camicie di cotone dai colori sgargianti andavano a ruba. Ha perso tutto. Il suo «magazzino» è accatastato nel fango. «Buttare, buttare...», si dispera.

Sua moglie Mali faceva la baby-sitter: 3.500 rupie al mese per badare ad un bimbo inglese. «È tutto finito - racconta - perché i miei padroni sono tornati a casa e io non ho più niente da fare». Il mare si è portato via tutto quello che c’era nelle abitazioni. Il resto lo hanno fatto gli «sciacalli». I pochissimi poliziotti che presidiano le strade non sono assolutamente in grado di fermare i saccheggi.

I tuc tuc, i taxi locali che fanno la spola tra gli alberghi e la spiaggia, sono fermi nei parcheggi. Oppure girano vuoti per le strade della città. «Gli stranieri sono fuggiti - spiega Sunil - e non credo che ritorneranno. Venire qui fa paura. Ora ci sono i giornalisti, le televisioni, tutti parlano di noi. Ma che cosa succederà tra qualche settimana? Chi ci aiuterà?». Il tempo è tornato bello, il sole picchia forte, asciuga la terra. E fa emergere nuove macerie, altri cadaveri. Il rito pietoso della sepoltura procede a rilento. E questo fa aumentare il rischio di un’epidemia. Palitha Maihpala è direttore sanitario dell’ospedale di Matara. Il tanfo che attanaglia la città arriva sin dentro le corsie rendendo l’aria irrespirabile. Odore di morte che non fa presagire nulla di buono. «Questo Paese è ormai in ginocchio - dice Maihpala -, se arrivasse anche un’epidemia sarebbe la fine assoluta».

Quando all’ora di pranzo scatta l’allarme per una nuova ondata di maremoto, il panico invade la gente. Donne con i bambini in braccio corrono per le strade urlando, cercano di prendere al volo i pochi autobus che ancora fanno la spola tra i villaggi. Gli uomini salgono in bicicletta, portano via quel che è rimasto: uno o due sacchetti di plastica. Milani ha 12 anni. È cingalese ma parla perfettamente l’italiano. L’ha imparato vendendo il cocco ai turisti che hanno sempre affollato le spiagge di Dickwella, una località da sogno. Fino al giorno della catastrofe. Ora va in giro con suo padre. Si è improvvisata interprete. Quando la conversazione finisce allunga la mano, sorride e chiede qualche soldo per la sua famiglia. Questo posto lo chiamano «Little Italy» e non è un caso. I villaggi che si affacciano sulla spiaggia sono sempre stati la meta prediletta dai nostri connazionali. Sono completamente distrutti. Il proprietario del «DickwellaVillage» si chiama Enzo Azzola, sta qui da venticinque anni. Si aggira tra le macerie, guarda sconsolato i suoi dipendenti cingalesi.

Quando è arrivata l’onda ospitava oltre cento turisti. «C’erano anche italiani, ma sono tutti salvi», assicura. Ma la gente dice che gli stranieri morti sono tanti. Tre cadaveri senza identità sono ancora nella cella frigorifera dell’ospedale. «Finora - dichiara in serata l’ambasciatore Salvatore Zotta - abbiamo rimpatriato duecentocinquanta italiani». La Protezione civile si è occupata di riportarli a Roma e a Milano Malpensa. Altri sono partiti con mezzi propri, alcuni residenti sono rimasti. Subito dopo il maremoto si era parlato di almeno duemila italiani presenti nel Paese. Ora non c’è più alcuna cifra ufficiale. E il numero dei dispersi rimane un mistero.

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