Da Corriere della Sera del 23/12/2004

Patto di stabilità, duello Almunia-Berlusconi

Il commissario: la proposta italiana è isolata. Il premier: io parlo con i governi, a marzo i nuovi tetti

di Paola Di Caro

ROMA - La mazzata per il governo italiano, o almeno quella che tale viene considerata dai più ma non da Silvio Berlusconi, arriva per bocca del commissario per gli affari economici e monetari dell’Unione Europea: «Le idee sul Patto di stabilità espresse durante l’ultimo vertice europeo dal premier italiano? Non credo che abbiano trovato ampio seguito...», dice seccamente Joacquin Almunia. E questo perché, è in sostanza il discorso del «guardiano» del patto di Stabilità, l’idea di introdurre «una revoca» ai paletti del 3% nel rapporto deficit-Pil e del 60% del debito non può essere accolta, visto che i due parametri sono «la linea rossa», invalicabile del Patto. Il capo del governo si mostra tranquillissimo e replica che alla fine l’avrà vinta lui, perché «se la ragione ha ancora cittadinanza nel Consiglio europeo, la ragione prevarrà». Ma Almunia non fa sconti: è impossibile, secondo lui, dar seguito alla proposta di Berlusconi di scorporare dal calcolo del deficit le spese per Infrastrutture (calcolandole solo come spese di ammortamento e diluendole dunque negli anni), mentre c’è ottimismo sul fatto che al prossimo vertice europeo di marzo si trovi un accordo per una revisione del Patto su altri punti.

Il primo sul quale c’è «convergenza» è quello di «fare ulteriori sforzi per consolidare le finanze pubbliche nei momenti di ciclo positivo»; il secondo è «limitare il ricorso a misure una tantum, delle quali si sta abusando»; il terzo è «tenere in maggior considerazione il debito pubblico e la qualitá delle finanze pubbliche anche tramite le riforme strutturali»; il quarto infine è un «accordo sul fatto che le necessità di bilancio incentivino e non frenino le riforme strutturali» come quella del sistema previdenziale.

Almunia, in sostanza, non si discosta da quella che è la proposta tradizionale della Commissione, e non concede nulla al premier italiano. Ma Berlusconi non sembra né colpito né tantomeno affondato dalle parole del Commissario. Anzi, rilancia la sua tesi spiegando che è «ottimista» che le sue richieste «vengano accettate» e questo soprattutto perché - è l’unica ma fondamentale stoccata assestata ad Almunia - «io ho notizie diverse dalle sue, avendo parlato direttamente con molti leader europei. Se dico che credo che avrò seguito, non lo faccio perché mi fido del mio istinto, ma perché mi fido di quello che so...».

Parole a caldo, pronunciate da chi si sente forte (da Palazzo Chigi trapela che negli ultimi giorni gli indici di gradimento del premier e le preferenze per FI e Cdl sono aumentate, e di molto) nella calca durante l’inaugurazione della restaurata e storica sede centrale delle Poste di Roma. Parole appena addolcite ma niente affatto corrette in serata in una improvvisata conferenza stampa: «Tra me e Almunia si è volutamente tirato fuori un caso che non c’è: sul 3% e il 60% sono d’accordissimo, e le mie proposte, che prendevano spunto da quelle della Commissione, non dovevano avere un seguito. Io stesso ho detto che se ne sarebbe dovuto discutere a febbraio, marzo, ma che andavano messe sul tappeto prima dell’Ecofin di gennaio, perchè avevo riscontrato che c’era differenza tra quello che dicono i ministri dell’Economia e quello che pensano i premier, con i quali ho parlato a lungo».

Insomma, Berlusconi insiste sul fatto che sulle sue proposte, che «partono da dati indiscutibili» come quello che «l’Europa è ferma, non riesce ad agganciare la ripresa» e che senza modifiche «si rischia di passare dalla stagnazione alla recessione», non potrà che registrarsi un largo accordo, e se non lo sa lui che con Chiarc, Schroeder, Blair ha parlato... In particolare appunto, Berlusconi conta che, Almunia lo voglia o no, non si potrà respingere l’idea di considerare il vincolo del 3% solo per le spese correnti e non per quelle per le Infrastrutture: «Tutti sono d’accordo su questo punto, come si fa a dire che non è una cosa corretta? Se ci fosse stata questa regola, Francia, Germania e Portogallo non avrebbero superato il 3%. Noi siamo stati virtuosi e lo saremo, ma il prezzo lo abbiamo pagato facendo una politica restrittiva sugli investimenti».

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