Da Corriere della Sera del 18/12/2004
Originale su http://www.corriere.it/Primo_Piano/Economia/2004/12_Dicembre/18/parmal...

Il documento spedito dieci giorni prima degli arresti

Parmalat, ecco il fax che segnò la fine di Tanzi

Un anno fa il crollo, con una rivelazione da Bank of America ai revisori: inesistenti i depositi di Collecchio

di Mario Gerevini

MILANO - Quando il 17 dicembre 2003 Steve Sample infilò quattro fogli nel fax, a Collecchio si era insediato da poco Enrico Bondi e se n’era andato Calisto Tanzi. Si sapeva che Parmalat era un brutto affare, si intuiva che c’era un buco enorme ma si sperava ancora che si vedesse il fondo. E che sul fondo ci fossero, se non tutti, almeno una parte dei soldi e dei titoli depositati dalla controllata Bonlat sui conti della Bank of America di New York. Senza quelli era la fine: 336 milioni di dollari liquidi e 3,6 miliardi in titoli.

Quel gesto di Sample, la sera di mercoledì 17 dicembre (in Italia è la notte del 18) è come un’esecuzione. Digita dal suo ufficio della Bank of America (BoA) il numero 00390274297223. E’ il fax della Grant Thornton, società di revisione di Parmalat che su sollecitazione della Consob aveva chiesto a BoA una verifica immediata e urgente.


IL FAX - «Caro Maurizio Bianchi - scrive Sample, un funzionario di medio livello, vicedirettore di un ufficio - Bank of America NY non ha alcun rapporto con Bonlat e l’estratto conto del 6 marzo 2003 che hai allegato è falso e non proviene dai nostri uffici». L’epitaffio resta lì incustodito tutta notte in Largo Augusto 7 a Milano. Poi alla mattina Bianchi, partner della Grant Thornton, lo spedisce alla Consob e alle Procure della Repubblica di Milano e Parma. Viene ovviamente informato anche Bondi ed è subito evidente che occorre una procedura d’emergenza, come sarà poi il commissariamento sotto la protezione della legge Marzano, per evitare l’assalto incontrollato dei creditori al gruppo. Oggi Bondi sta traghettando Parmalat fuori dall’incubo per riportarla, più magra, in Borsa con i creditori trasformati in azionisti.

Il 19 dicembre lo sa anche il mercato che il buco non ha fondo. Subito dopo scattano le perquisizioni della Guardia di Finanza (decisiva sarebbe stata quella alla Grant Thornton), a Milano i pm Francesco Greco, Eugenio Fusco e Carlo Nocerino partono con una prima ondata di interrogatori. «Nel giro di quattro giorni, prima di Natale - afferma uno dei più stretti collaboratori dei magistrati - l’inchiesta era già "blindata"». Il 27 dicembre Calisto Tanzi torna da un misterioso (ancora oggi è tale) viaggio in Sudamerica e viene arrestato e portato in carcere a S. Vittore.

In quelle ore caotiche di un anno fa, con quel fax che per la prima volta testimoniava un falso da 4 miliardi di euro, si è capito subito che Parmalat non era solo una grave crisi finanziaria, non era solo il crac di una grande azienda internazionale ma era una delle più grandi truffe della storia. E anche lo specchio di un sistema marcio dove tra le maglie larghissime di controlli inesistenti sguazzavano tranquilli effettivi banchieri e banchieri improbabili, avventurieri travestiti da finanzieri e ragionieri travestiti da avventurieri, faccendieri e affaristi, corruttori e mestatori.


FINANZIARIE NASCOSTE - La vicenda «antica» del crac dell’Ambrosiano è lontana, nei fatti e nella sostanza, da Parmalat. Ma non troppo. Anche là il sistema delle finanziarie nascoste e protette nei paradisi fiscali (come il caso della famigerata Bonlat con sede a Cayman o decine di altre, schermate da fiduciarie o prestanome di Tanzi) ha permesso di condurre in porto ogni genere di affare sporco ( back to back, acquisto titoli propri, discarica di debiti, pagamenti in nero, cassa per tangenti o prelievi personali) lontano da occhi indiscreti.

Per la verità di occhi su Parmalat dal 1989 al 2003 ce ne sono stati moltissimi, ma nessuno sufficientemente indiscreto. Certo che dopo aver visto e sentito di tutto intorno alla vicenda Parmalat (migliaia di documenti falsi, carte distrutte, computer presi a martellate), dopo che le inchieste penali a Milano e Parma hanno scoperchiato gli affari sporchi, dopo un milione e mezzo di pagine raccolte solo a Parma fra interrogatori, accertamenti patrimoniali, verbali di sequestro e consulenze contabili, dopo tutto ciò qualcuno potrebbe pensare che forse la domandina diretta del 17 dicembre 2003 («Cara Bank of America ci sono davvero quei 4 miliardi sul conto Parmalat?») poteva essere formulata un paio d’anni prima.


LE INCHIESTE - Resta il fatto che i magistrati dovranno appurare se c’è stata la connivenza anche di alcune grandi banche (compresa Bank of America) nella gestione criminale della Parmalat. Le inchieste, bancarotta a Parma e aggiotaggio a Milano, sono chiuse. A Milano per il troncone principale è in corso l’udienza preliminare, sono ventisette le persone fisiche coinvolte, cioè principalmente amministratori sindaci e manager Parmalat, ma anche persone giuridiche come Italaudit (ex Grant Thornton) e Deloitte e poi Bank of America. Il rinvio a giudizio è atteso per l’estate 2005. A Parma l’interrogatorio di oggi di Calisto Tanzi potrebbe essere l’ultimo atto prima di chiudere definitivamente l’inchiesta.

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