Da Corriere della Sera del 10/12/2004

«Nessuna replica», i pm convinti che le prove ci sono

Boccassini e Colombo non hanno ribattuto per evidenziare che la difesa non ha dato argomenti nuovi

di Giovanni Bianconi

MILANO - Otto ore prima che l’imputato-presidente del Consiglio facesse la sua ultima «dichiarazione spontanea» coi giudici già in camera di consiglio, la pubblica accusa aveva già dato la propria risposta. Indiretta, ovviamente, e nella cosiddetta «sede istituzionale», cioè l’aula del tribunale. Non a Berlusconi ma ai suoi difensori che avevano impiegato l’intera precedente udienza a smontare, secondo loro, la ricostruzione dei pubblici ministeri. Qualche minuto prima delle 11, ieri, il presidente Castellano ha chiesto ai pm se avessero da replicare qualcosa; Ilda Boccassini s’è alzata e ha detto: «Nessuna replica, presidente». Fine del dibattimento. Nel pomeriggio quelle tre parole possono essere prese a prestito anche per immaginare l’ipotetica reazione degli accusatori all’imputato tornato a invocare «una medaglia» per il suo ruolo nella vicenda Sme, mentre c’è finito sotto processo; per metà, perché l’altra metà riguarda altre presunte corruzioni di altri giudici. La mancata replica agli avvocati significa che per l’accusa la difesa non ha smontato un bel nulla. E l’ostentata serenità di Berlusconi non è affare dei pubblici ministeri, che ora attendono solo il verdetto. Non le opinioni di imputati, avvocati, politici (ruoli spesso coincidenti, in questa vicenda).

Fino a ieri mattina Ilda Boccassini e Gherardo Colombo si sono consultati per decidere che, alla fine, non c’era niente da ribattere. Sui conti correnti, l’intreccio di cifre, date e documenti bancari, che dimostrerebbero il reato di corruzione, gli avvocati dell’imputato-premier non hanno portato - a loro avviso - argomenti nuovi: «Dovremmo ripetere le cose già dette, non serve». Né hanno inteso replicare alle argomentazioni per così dire «non tecniche» dei difensori: quelle sul «processo politico per il contesto in cui è nato», sul «Paese più sereno e le lacerazioni che si stanno forse componendo», sulla «sentenza che sarà storica».

Nessuna risposta nemmeno su quei punti. L’accusa resta ferma ai «dati di fatto» e alle «prove documentali» elencate in una requisitoria che poteva apparire perfino tediosa per quanto era ancorata a contabili bancarie e movimenti di denaro «estero su estero». Rileggere quei numeri sarebbe stato inutile. I giudici hanno tutto a disposizione, devono solo decidere: colpevole o innocente.

Certo, il peso della politica su questa contesa giudiziaria è ben presente ai pubblici ministeri del processo Berlusconi, come a tutti; non fosse che per i procedimenti disciplinari e agli attacchi personali subiti da Boccassini e Colombo. A confermare quel fardello, ieri, prima ancora delle dichiarazioni del premier ci sono stati i commenti a fine udienza dell’avvocato Nicolò Ghedini, che è pure deputato di Forza Italia: «Una sentenza di assoluzione potrebbe rasserenare la scena politica, perché toglierebbe un argomento dalle mani dell’opposizione». A Palermo - per citare un processo a un altro uomo politico molto vicino al capo del governo, Marcello Dell’Utri, che arriverà a sentenza più o meno nelle stesse ore di quello milanese - i pm hanno chiuso la loro requisitoria rivelando il «sogno di un verdetto che non sancisca il principio di impunità per un uomo potente»; qui non si sono sentite parole simili da parte dell’accusa. Neanche ieri, nella replica che non c’è stata ma che vale come una replica. Agli avvocati e all’imputato.

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