Da La Stampa del 06/12/2004

Come è cambiata la figura del corrispondente dal fronte

Il giornalista di guerra combatte in hotel

di Mimmo Candito

Il corrispondente di guerra resta ancora (ma ancora per quanto tempo?) sul terreno, a seguire una guerra che non riesce più a veder bene, e a tentare comunque di raccontare un racconto che sia tuttora credibile e significativo. Ma la sfida alla quale continua a voler rispondere è davvero drammatica. E non riguarda soltanto lui, è - simbolicamente - la sfida del giornalismo intero: quanto sia possibile conservare e privilegiare un rapporto diretto e critico con «la realtà», quando tecnologie e organizzazione del lavoro vanno preparando una coerente disponibilità culturale a rendere fruibile senza particolari distinzioni valoriali la sostituzione della «realtà» con la sua riproduzione «virtuale».

Su quest’ultimo orizzonte dei processi della comunicazione, la linea di divisione tracciata in Iraq dalla guerra di Bush apre problematiche che il giornalismo (ma «il giornalismo», non solo il giornalismo di guerra) deve saper affrontare in una dimensione mai considerata prima. Per mesi e mesi, in una spossata iterazione di angosce e di morte, i reporter hanno continuato a fare il loro lavoro dalla capitale irachena, continuando a riempire pagine di giornale e lunghi spazi di Tg e di «speciali» su una guerra che non finiva mai. Agli occhi del lettore comune, o di un distratto spettatore di telegiornale, questo lavoro appariva una drammatica prosecuzione di quanto s’era letto e visto in passato: gli articoli continuavano a raccontare le ennesime autobombe, l’attacco quotidiano ai marines, la disperazione ancora della gente senza storia, quel popolo anonimo di facce mute e sgomente che la guerra travolge nelle sue rovine; e i Tg, allo stesso modo, riproponevano ancora una volta le auto in fiamme, le bare portate a spalla sopra una folla di scalmanati urlanti, i soldati americani che facevano irruzione da dietro un muro perforato dagli Rpg.

Il lettore comune, però, non aveva occasione di notare che ora le cronache da Baghdad erano misteriosamente uguali in tutti i giornali, prodotte quasi a stampo; e nemmeno lo spettatore abitudinario dei Tg badava poi granché al fatto che il collegamento in diretta da laggiù mostrava sempre, immancabilmente, lo «stand-up» del giornalista da un’inquadratura fissa: cambiavano le facce dei redattori chiamati ad alternarsi nella copertura del servizio, però dietro quei volti che a rotazione s’affacciavano dallo schermo c’era sempre e soltanto la cupola d’una moschea nello sfondo, alle spalle del giornalista. Null’altro, se non la lettura che il «war correspondent» faceva da un foglietto, di nomi e di fatti, e poi - sotto la voce - lo scorrere dei soliti filmati, talvolta d’attualità e, più spesso, di repertorio. Mai uno «spot» in diretta dalle strade di Baghdad o di Falluja, mai un’intervista per strada o una chiacchierata tra i narghilè e i tavolini d’un caffè.

Era accaduto che il trasformarsi della guerra in un sanguinoso «conflitto di bassa intensità» (il «low intensity war» degli studiosi di strategie) ha inaridito drammaticamente la varietà composita del flusso delle notizie, riducendo in misura davvero drastica la possibilità di accesso alle fonti d’informazione. Condizionata gravemente la mobilità dei giornalisti da un rischio ormai elevatissimo di rapimento e di minaccia di decapitazione, la tribù dei corrispondenti di guerra ha finito per trasformarsi in un clan stanziale, asserragliato in albergo, e dipendente in toto dai dispacci che le agenzie (di stampa o televisive) riuscivano a mettere in circuito grazie al lavoro dei loro «stringer» di nazionalità irachena o comunque araba. Pochi, pochissimi, e penso al povero Enzo Baldoni, hanno affrontato i pericoli d’uscire per strada, sia pure tentando di mimetizzarsi dentro vetture scassate e anonime (non più i gipponi luccicanti e rutilanti), in abiti poco occidentali, la barba lunga, un giornale arabo ben in vista. La stragrande maggioranza se n’è rimasta in albergo. Ed era come se le redazioni fossero state traslocate a Baghdad, a far fare ai reporter un banale lavoro di ricucitura d’agenzie, nella camera del Palestine per i corrispondenti dei giornali, e sul terrazzo dell’albergo per i televisivi (naturalmente di fronte a quell’immancabile cupola di moschea).

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