Da La Repubblica del 20/11/2004

Oggi a Francoforte prima giornata del G20, ma gli Stati Uniti contrari a discutere del super euro e degli effetti sull´economia

Parla Greenspan e il dollaro va giù

No a intese tra Fed e Bce sui cambi. Trichet: scossoni brutali

Il prezzo del petrolio ha ripreso a correre: oltre i 48 dollari al barile

di Elena Polidori

BERLINO - «Gli investitori stranieri non potranno finanziare per sempre i deficit americani». E se lo dice Alan Greenspan, responsabile della Federal Reserve, c´è da crederci. Anzi, il mercato ci crede. E infatti il dollaro subito scivola, permettendo all´euro di avvicinarsi a un nuovo record: 1,3067.

Greenspan dice anche che non sa quando la moneta Usa perderà il suo «fascino», ribadisce che l´Europa deve rimboccarsi le maniche e crescere di più. E soprattutto, avverte che gli interventi delle banche centrali per calmierare le quotazioni, non servono a molto, hanno «un effetto moderato».

Le monete vivono così un altro giorno di passione. Le parole del banchiere sono come benzina sul fuoco delle aspettative dei mercati, convinti che i Sette Grandi, nel loro vertice di Berlino iniziato ieri sera, possano prendere una qualche decisione per impedire sobbalzi che il presidente della Bce, Jean Claude Trichet, continua a definire «brutali». Per la verità, gli stessi ministri finanziari europei si aspettavano un Greenspan più accomodante.

Invece niente. E questo, com´è ovvio, complica il dibattito sui cambi che i Grandi vogliono intavolare nelle pieghe del G20, il summit allargato ai paesi emergenti: un week-end di incontri, iniziato con una cena al museo Pergamon.

Ufficialmente, il dollaro non figura neanche all´ordine del giorno.

L´americano John Snow ha tenuto a precisare che il G20 «non è un forum di discussione» sui cambi. Ma per forza di cose la questione è al centro dell´attenzione, insieme al caro petrolio che invece è in agenda, anche perché, a Berlino, ci sono le autorità di quattro grandi paesi produttori, l´Arabia Saudita, la Russia, l´Indonesia e il Messico. Le due cose non sono troppo disgiunte. Entrambi preoccupano perché rischiano di soffocare la ripresa, ancora claudicante dell´Europa. In questi giorni l´emergenza petrolio è lievemente diminuita. Ma non a caso, tra gli speaker c´è il ministro saudita Ibrahim Abdulaziz al-Assaf, incaricato di parlare degli squilibri attuali dell´economia. Ieri i prezzi dell´oro nero hanno puntato di nuovo verso l´alto: a New York, il contratto per le consegne di dicembre è salito sopra i 48 dollari al barile fino a un massimo di seduta a 48,35.

L´urgenza di una azione per frenare i sobbalzi delle monete è testimoniata dal continuo infrangersi delle quotazioni: l´Europa vuole comunque trovare una via d´uscita. E adesso punta a convincere gli Usa che, alla lunga, un dollaro debole fa male anche a loro. Il ministro Hans Eichel, che fa gli onori di casa, lo dice espressamente: «Un calo del dollaro troppo rapido potrebbe avere conseguenze negative per l´economia americana». E aggiunge: «Dovremo riunirci per arrivare ad una soluzione comune».

Più facile a dirsi che a farsi. Da settimane Europa e Usa si fronteggiano a suon di dichiarazioni taglienti. Lo scontro ha assunto toni così aspri che, sui mercati, s´è parlato perfino di un accordo a due, Vecchio Continente e Giappone, ma a Berlino il ministro nipponico non è ancora arrivato. Ci sono invece i cinesi la cui moneta, lo yuan, è un po´ l´altra faccia della medaglia: da mesi gli Usa, appoggiati dagli europei, chiedono alle autorità di Pechino di sganciarla dal dollaro e lasciarla rivalutare. Da allora, milioni di cinesi hanno deciso di convertire in valuta locale i dollari conservati nei loro conti, finendo così per acuire le già forti tensioni presenti sul mercato. La risposta finale sui cambi, se mai ci sarà, è attesa per oggi.

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