Da La Repubblica del 14/11/2004

Pechino diventa la nuova frontiera della ricerca tecnologica. Sempre meno scienziati asiatici scelgono la Silicon Valley

Fuga dei cervelli al contrario ora l┤America teme la Cina

Torna in patria Chen, padre del supercomputer Usa

di Federico Rampini

SAN FRANCISCO - Trent´anni dopo aver varcato il Pacifico in senso inverso, compiuti i sessanta Steve Chen ha deciso di voltare le spalle alla Silicon Valley californiana e stabilirsi a Shenzhen, giovanissima metropoli della Cina meridionale. Il suo non è certo il primo esempio di emigrazione di ritorno, da quando il boom economico ha fatto della Cina la «nuova frontiera» del capitalismo. Ma la scelta dello scienziato sino-americano è un caso speciale che preoccupa gli Stati Uniti più di ogni altro.

Perché Chen è uno dei «padri» dei supercomputer prodotti in pochi esemplari all´anno, cervelloni ad alta potenza usati nella ricerca scientifica più avanzata e spesso per scopi militari.

La partenza di un talento che era stato conteso dalla Cray e dalla Ibm è una perdita strategica per gli Stati Uniti, tanto più perché se ne avvantaggia un rivale come la Cina. Il caso Chen è la punta di un iceberg. Sotto c´è una tendenza di massa. La fuga dei cervelli, che un tempo era a senso unico e cioè sempre verso l´America, improvvisamente sta cambiando segno. Quest´anno per la prima volta il numero di studenti e ricercatori cinesi e indiani nelle università americane è in discesa: grazie al miracolo economico asiatico, per loro rimanere in patria è diventata un´alternativa attraente. Craig Barrett, per anni numero uno della Intel, che è il leader mondiale dei microchip, ammette che «i cinesi sono ormai alla pari con noi nell´ingegneria, nel software, ad ogni livello di management». Adam Segal, esperto della Cina al Council on Foreign Relations di Washington, scrive su Foreign Affairs che «alla velocità con cui la capacità di innovazione attraversa il Pacifico, gli Stati Uniti non possono più dare per scontato che rimarranno l´epicentro della scienza e della tecnologia».

L´allarme sulla partenza di Chen è stato lanciato dal New York Times. Traspare la paura dell´intelligence militare americana per l´uso che la Cina potrebbe fare dei supercomputer nello sviluppo di nuovi armamenti, più competitivi con gli arsenali hi-tech del Pentagono. Ma anche nelle applicazioni civili i supercomputer sono spesso «l´arma segreta», lo strumento che per potenza di calcolo consente all´università e all´industria Usa di bruciare la concorrenza nelle scoperte di fisica, chimica, ingegneria o biogenetica. Dei 500 supercomputer più potenti del mondo, la maggioranza è in America. Ma da quando Chen ha cominciato a lavorare per la Cina (a giugno), con il suo aiuto è stato prodotto a Shanghai un supercomputer che è il decimo del mondo per velocità. La Cina ora ha 14 supercomputer classificati fra i top 500 mondiali, ha già raggiunto la Germania al quarto posto in questo settore, e al ritmo con cui si rafforza è pronta a superare Giappone e Gran Bretagna per collocarsi dietro l´America.

Chen non è né una spia né un traditore al soldo di Pechino. Cinese etnico, è nato però a Taiwan da dove partì trentenne nel 1975 per conseguire un dottorato di ricerca in informatica negli Stati Uniti. Già negli anni '80 balzò al top della sua professione, diventando uno dei massimi progettatori di supercomputer, con una carriera passata fra le migliori università e l´industria privata (Cray research, Supercomputing Systems, Ibm). Non c´è una motivazione politica o nazionalistica dietro la sua partenza, del resto ha lasciato la moglie americana e i figli a vivere sotto il sole della California a San Jose. Niente scelta di campo. Semplicemente, Chen per realizzare i suoi ultimi progetti ha trovato più finanziamenti e opportunità di sviluppo in Cina. Incredibile a dirsi, nel centro mondiale del venture capital che è la Silicon Valley, faceva più fatica a trovare i fondi e gli uomini giusti. Li ha trovati alla società Galactic Computing di Shenzhen, finanziata da venture capital di Hong Kong e sostenuta da un gruppo di università tecnologiche cinesi.

Insieme all´allarme per il caso-Chen, l´America sta scoprendo il fenomeno più vasto. Dopo aver beneficiato per decenni del brain-drain, l´attrazione di cervelli dall´estero, il sistema universitario americano perde colpi. In parte la causa è l´11 settembre e il Patriot Act, il giro di vite sui visti che complica la vita a chiunque voglia emigrare negli Stati Uniti, anche ricercatori, scienziati e imprenditori. In parte è il deficit federale accumulato da Bush che comincia a tradursi in tagli ai finanziamenti per le università pubbliche. Ma c´è una terza causa che riguarda i paesi asiatici. Le loro economie stanno crescendo a una velocità nettamente superiore al resto del mondo (+9% la crescita annua del Pil cinese negli ultimi quattro anni, +8% l´India), lo sviluppo tecnologico è così intenso che per i talenti migliori emigrare in America non è più l´unica opzione. Le statistiche degli atenei sono eloquenti. Nell´autunno di quest´anno le domande presentate da laureati cinesi per iscriversi a corsi post-universitari negli Stati Uniti (master e Ph. D.) sono crollate del 45% rispetto all´anno accademico 2003-2004. Per gli indiani il calo nelle richieste è stato del 28%.

Per il sistema universitario americano - e quindi per la competitività del capitalismo Usa - è un segnale di pericolo. Da decenni l´afflusso di studenti asiatici aveva alimentato gli Stati Uniti di forze fresche, qualificate e competitive, soprattutto nei settori scientifici. Era stata coniata una definizione, ironica ma efficace: «I migliori campus americani sono quei luoghi dove anziani professori ebrei trasferiscono il sapere nella matematica, fisica e biologia a giovani studentesse cinesi». La realtà non è molto lontana da quell´immagine. Sia perché i licei americani non sono all´altezza delle università, sia perché da tempo i figli della borghesia americana preferiscono fare gli avvocati o entrare in una merchant bank, l´America è perennemente a corto di scienziati, ingegneri, chimici e informatici. Finora il gap è stato colmato dall´immigrazione asiatica. Foreign Affairs cita un dato impressionante: oggi in America il 38% degli scienziati e degli ingegneri con un dottorato di ricerca (Ph. D.) sono nati all´estero. Per la maggior parte sono cinesi, indiani, coreani. Già negli anni '90 nella Silicon Valley l´economista Annalee Saxenian aveva censito un terzo di start-up tecnologiche create da neo imprenditori col passaporto asiatico. Se viene meno questa risorsa, le conseguenze saranno profonde.

La Cina da parte sua non fa altro che imitare il modello americano. Pur essendo un paese emergente, fa sforzi eccezionali negli investimenti scientifici: in cinque anni i finanziamenti pubblici che Pechino dedica alla ricerca e sviluppo sono passati dallo 0,6 all´1,5% del Pil, superando il livello di molti paesi europei. Nel settore privato, un aiuto non marginale glielo fornisce la stessa industria Usa. Negli ultimi anni i big dell´industria tecnologica americana delocalizzano in Cina non solo le fabbriche ma anche i centri di ricerca, cioè posti di lavoro per scienziati. Microsoft, Intel, Ibm, Motorola, Bell Labs, sono alcuni grandi nomi del sistema America che ormai hanno in Cina centri studi, laboratori sperimentali, uffici di design e progettazione dove assumono matematici, fisici, ingegneri. Adam Segal del Council on Foreign relations non ha dubbi sulla serietà della minaccia: «La leadership globale degli Stati Uniti dipende in larga parte dalla nostra capacità di sviluppare nuove tecnologie e nuove industrie più velocemente di qualsiasi altro paese al mondo. Oggi però la Cina ha già guadagnato un terreno decisivo in tecnologie avanzate come i laser, la biochimica, i nuovi materiali per i semiconduttori, l´aerospaziale. Il nostro vantaggio, che davamo per scontato, forse ci sta sfuggendo».

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