Da Corriere della Sera del 12/11/2004

Usato e isolato

di Magdi Allam

Una moschea all’interno di una struttura militare nei pressi dell’aeroporto internazionale del Cairo, la sede prescelta per l’odierna cerimonia funebre ufficiale di Yasser Arafat, simboleggia l’isolamento sostanziale e tradisce l’ostracismo effettivo che per oltre un trentennio gli hanno riservato i fratelli-nemici arabi. Si tratta di un’area chiusa e asettica dove non ci sarà spazio per il sentimento e la partecipazione popolare. L'amara verità è che Arafat era formalmente tollerato ma in realtà osteggiato dagli altri leader arabi. Basti pensare al fatto che ci sono stati molti più palestinesi massacrati in Giordania, Libano e Siria di quanti non siano stati uccisi dagli israeliani. L'amara verità è che con Arafat la causa palestinese si è trasformata in uno strumento di conservazione del potere dei regimi arabi, aizzando e mobilitando le masse contro l'eterno nemico sionista esterno, per celare e aggirare la realtà di tirannia e sottosviluppo interno. Anche se in definitiva, al di là della demagogia e dell'inganno, i palestinesi hanno scoperto di non essere poi così tanto amati nel mondo arabo.

Questa realtà era tangibile nella reazione della popolazione egiziana quando accolse entusiasticamente il presidente Anwar al Sadat al rientro al Cairo dopo la firma degli accordi di pace di Camp David con Menahem Begin nel 1978. In quella circostanza Arafat esclamò all'indirizzo di Sadat: «Gli mozzerò le mani con cui ha sottoscritto quegli accordi». Eppure quindici anni dopo, il 13 settembre 1993, nello stesso Giardino delle rose della Casa Bianca, Arafat firmò con Yitzhak Rabin un accordo quadro meno vantaggioso e da una posizione di maggiore debolezza dei palestinesi.

Ebbene nell'abbraccio degli egiziani a Sadat c'era un profondo senso di liberazione e di emancipazione: «Noi abbiamo pagato il prezzo più ingente sul piano delle vite umane e dei costi economici nel corso di tre guerre con Israele», era il ragionamento ricorrente tra la popolazione, «E' ora di dire basta. Noi abbiamo fatto la nostra parte e continueremo a farla tramite l'arma del negoziato. Nessuno può rimproverarci e impartirci lezioni di nazionalismo arabo. Chi ritiene di poter riscattare la Palestina con la forza militare è libero di farlo. Ma noi d'ora in poi intendiamo investire le nostre risorse per migliorare le condizioni di vita e per assicurare la pace al nostro popolo». Gli egiziani ricordavano come la stessa morte di Gamal Abdel Nasser il 28 settembre 1970 era stata causata dall'eccessivo stress a cui fu sottoposto per mediare tra Arafat e re Hussein, convocati al Cairo, al fine di porre fine alla strage dei palestinesi in Giordania. Dove Arafat aveva creato uno Stato nello Stato mettendo a repentaglio la sovranità giordana. Un copione che poi si ripeté in Libano. Dove passava Arafat seminava partigianeria e odii, lasciando alle sue spalle conflitti e instabilità.

Nel 1979 Arafat patrocinò e fomentò l'espulsione dell'Egitto dalla Lega Araba capeggiando il cosiddetto «Fronte del rifiuto e della fermezza». Ma dopo la cacciata dei suoi fedaiyin dal Libano nell'82 per mano degli israeliani e tra l'inerzia dei siriani, dopo la strage dei suoi fedelissimi per mano dei siriani con l'ausilio dei collaborazionisti Abu Moussa e Ahmed Jibril, Arafat cercò e ottenne la riconciliazione dell'Egitto di Mubarak. Ed è soltanto quando Arafat si sentì abbandonato e allo stremo delle sue forze, che si ritrovò costretto a convertirsi all'opzione negoziale. Il passo più significativo fu il riconoscimento del diritto di Israele all'esistenza pronunciato nel dicembre del 1988 di fronte all'Assemblea generale dell'Onu riunita ad hoc a Ginevra.

Eppure Arafat tornò ad allearsi con Saddam Hussein all'indomani dell'occupazione del Kuwait nel 1990, mettendosi contro la legalità internazionale. Questo brusco voltafaccia conferma che Arafat è stato un funambolo del potere e un giocoliere della politica. Ha fatto tutto e il contrario di tutto pur di salvaguardare il proprio potere. Ha giocato a più tavoli per strumentalizzare la politica, la guerriglia e il terrorismo senza tuttavia assumersi l'onere dello statista. Quando nel luglio del 2000 intuì che l'approvazione della proposta di pace sottopostagli dal premier israeliano Ehud Barak e dal presidente americano Bill Clinton gli avrebbe messo contro buona parte delle organizzazioni palestinesi, Arafat disse: «Preferisco essere ucciso dal proiettile di un israeliano che mi considera un nemico, anziché dal proiettile di un palestinese che mi condanna come un traditore». In quella storica circostanza Arafat ha sacrificato l'ideale nazionale dello Stato palestinese alla sua brama di potere personale.

Amava dire che aveva «sposato la Palestina». Un simbolo che rincorreva un mito. Dietro cui si celavano malamente un uomo che si sentiva solo e un sogno che lui stesso aveva infranto. Una solitudine e un vuoto che riemergono ai suoi funerali consumati in gran fretta in una sorta di terra di nessuno da leader desiderosi soltanto di archiviare il passato.

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