Da Corriere della Sera del 10/11/2004

«Dopo la sua morte temo il blocco dei negoziati»

David Grossman: «Potremmo accorgerci che era l’unico disposto a fare concessioni»

di Lorenzo Cremonesi

«No, non sono troppo ottimista. Temo il caos tra i palestinesi e non credo che il governo Sharon avrà la maturità per offrire davvero una possibilità di crescita ai possibili successori di Arafat», dice David Grossman per telefono dalla sua casa sulle colline attorno a Gerusalemme. Il celebre scrittore israeliano è occupato nella stesura di un nuovo romanzo. Ma come sempre non dimentica l’impegno politico tra le file della sinistra pacifista e così commenta le ultime notizie sul raís.

Che risvolti avrà la successione?
«Difficile fare previsioni precise, specie nella realtà instabile del Medio Oriente. Secondo alcuni commentatori potremmo essere prossimi a sviluppi positivi. C’è chi afferma che stia per venire rilanciato il processo di pace. Per Bush e Sharon il maggior ostacolo al dialogo era proprio Arafat, con le sue ambiguità, l’incapacità di mantenere le promesse, il suo eterno tentennare tra dialogo politico e terrorismo».

Lei pensa che solo con Arafat potesse ripartire il processo di pace?
«Dico che potremmo presto accorgerci che l’unico disposto a fare concessioni in nome del negoziato fosse Arafat. Questo perché ci vuole un simbolo per distruggere un altro simbolo. Ed è necessario un personaggio forte e rappresentativo come Arafat per convincere i palestinesi a rinunciare al cosiddetto "diritto del ritorno" nei territori che divennero parte di Israele nel 1948. Così come ci vuole Sharon per smantellare le colonie ebraiche a Gaza. E anche lui non sono sicuro che sia davvero in grado di farlo».

Dunque?
«Temo il blocco di ogni negoziato. Perché qualsiasi nuovo dirigente palestinese dovrà consolidare la propria autorità tra la popolazione prima di poter fare concessioni a noi israeliani. Il prossimo leader dovrà essere più arafatiano di Arafat, dovrà mostrare il pugno, essere forte, radicale».

Rischi di caos nei territori?
«Tanti e grandi. Sino ad ora Arafat aveva in qualche modo contenuto gli estremisti islamici legati a Jihad e Hamas. Loro ne rispettavano il simbolo, il ruolo storico di capo carismatico. Ora pavento l’anarchia, le lotte interne, la gara tra estremisti a compiere gli attentati più sanguinosi per conquistarsi il rispetto della popolazione. Un grande peccato. Proprio negli ultimi tempi avevamo assistito a mutamenti importanti in campo israeliano».

Quali?
«Sharon ha spinto la destra ad accettare il principio del ritiro da Gaza, oltre allo smantellamento delle colonie abitate da 7.500 ebrei. Una svolta epocale nell’ideologia della grande Israele come si era venuta delineando dagli Anni Trenta in poi. Oggi persino nel Likud è accettata l’idea per cui occorra porre fine all’occupazione di oltre 3 milioni di palestinesi».

Arafat è stato accusato di non aver saputo assicurare la continuità e di non aver designato successori.
«Accuse sacrosante. Arafat negli Anni Sessanta e Settanta ebbe il grande merito di aver imposto la causa palestinese sull’agenda delle questioni internazionali più scottanti. Poi però non è stato capace di trasformarsi da guerrigliero a statista. Ha rinunciato al processo di pace con Ehud Baraq a Camp David nel luglio 2000. Non ha saputo combattere il terrorismo con mezzi adeguati. Se fosse stato più coraggioso, lo Stato palestinese esisterebbe già da un lungo pezzo. Ha clamorosamente fallito. Non penso che la storia potrà mai perdonarlo».

Come vede le lotte per la successione tra Abu Mazen, Abu Ala e i nuovi capi militari più giovani?
«I palestinesi in questo momento si riconoscono per lo più nei leader della lotta armata. Un personaggio del rango di Marwan Barguti, che due anni fa gli israeliani hanno condannato all’ergastolo per terrorismo, ha ai loro occhi molta più legittimità che non Abu Mazen o Dahlan».

Israele dovrebbe liberare Barguti?
«Sarebbe un passo molto intelligente, lungimirante. Ma non penso che Sharon sarà mai in grado di compierlo. Non è nel suo stile, va contro tutti i suoi principi. Mi spiace, perché, se le due parti capissero che occorre cooperare per evitare il deterioramento della situazione, sarebbe nell’interesse dei due popoli. Invece mi attendo un post-Arafat ridondante di violenze, con tiri di razzi su Kfar Saba, l’aeroporto internazionale di Tel Aviv, le cittadine limitrofe alla Striscia di Gaza. Allora dovremo attendere nuovi leader pronti a tutto pur di evitare la guerra».

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