Da Corriere della Sera del 13/11/2004

L’ISRAELIANO

«Un radicale pronto alla violenza»

Secondo Benny Morris è stato un massimalista che non ha mai accettato lo Stato d’Israele

di Lorenzo Cremonesi

Il limite di Arafat? «Per tutta la sua vita è stato un inguaribile massimalista con un unico obbiettivo: la nascita di uno Stato palestinese sul cento per cento del territorio della Palestina precedente la nascita di Israele nel 1948». Così lo storico israeliano Benny Morris rovescia l'immagine tradizionale del raìs pragmatico, dai primi anni Novanta pronto al compromesso, disposto a vivere spalla a spalla con lo Stato ebraico.

Chi è stato Arafat?
«In pubblico era un grande attore, a volte sembrava un buffone un po' furbastro. Riusciva a confondere chiunque. Ma nel suo intimo fu sempre un politico molto coerente. Un radicale pronto a usare la violenza con cinismo. Si racconta che la morte della madre quando aveva solo 4 anni lo abbia profondamente segnato. Da allora non ha più avuto una vera vita privata. La sua famiglia divenne la causa palestinese. Non leggeva romanzi, non andava al cinema, non aveva una vera casa. Anche il matrimonio, la figlia non hanno cambiato nulla. E' sempre rimasto figlio e sposo della Palestina».

Il suo maggior successo politico?
«Nel 1948 i palestinesi scomparvero dal palcoscenico della storia. Durante gli anni precedenti avevano cercato di affrancarsi dalla tradizione ottomana e dall'occupazione inglese. Poi la sconfitta contro il movimento sionista li annullò. Fu Arafat negli anni Sessanta a farli resuscitare. Con il terrorismo, i dirottamenti aerei, le azioni clamorose riuscì a imporli all'attenzione del mondo intero. Ma a questo successo seguì il fallimento degli anni Novanta. Arafat per il suo massimalismo non è riuscito a creare uno Stato indipendente. Nel luglio 2000 avrebbe dovuto accettare i compromessi offerti da Ehud Baraq e Bill Clinton, invece ha perso tutto».

Perché ha fallito?
«Non voleva uno Stato sul 22 per cento della Palestina del pre-1948. La sua ideologia personale gli impediva nell'intimo di accettare per sempre un compromesso territoriale. Voleva tutto, compresa la distruzione di Israele. E questo nonostante fosse un ottimo politico. Lo prova il fatto che per quasi 40 anni è riuscito a navigare da leader le acque infide della politica palestinese».

Eppure nel 1993 aveva firmato gli accordi di Oslo, che prevedevano appunto il principio della spartizione.
«Fu una mossa tattica. Arafat sapeva che non poteva sperare di riconquistare Gerusalemme, Galilea, Negev e Tel Aviv stando in esilio a Tunisi. Doveva tornare a radicare il suo quartier generale nella regione. I suoi discorsi in arabo sono sempre stati molto espliciti: la strategia del ritorno a tappe in terra di Palestina non venne mai cancellata».

Chi erano i suoi personaggi di riferimento?
«Amava paragonarsi a Saladino, il conquistatore di Gerusalemme nel 1189. In verità fallì sul piano militare così come nel 1948 aveva fallito Muhammad Amin al Husseini, il muftì di Gerusalemme che sin dagli anni Venti si era opposto con forza alla colonizzazione sionista. Arafat non ha mai vinto una guerra: ha perso contro re Hussein in Giordania nel 1970, contro gli israeliani in Libano nel 1982. L'anno dopo è quasi stato ucciso nelle carceri siriane dopo la sconfitta nella zona di Tripoli. Più di recente ha voluto sposare il massimalismo terrorista della seconda intifada, e ha perso ancora».

Spesso si presenta Arafat come figlio del pan-arabismo laico dei tempi di Nasser. Un uomo incapace di dialogo con i gruppi del nuovo fondamentalismo islamico.
«Non credo affatto. In verità Arafat è sempre stato profondamente religioso. Non condivideva le tattiche di Hamas o della Jihad. Ma non le ha mai rinnegate in pubblico. Ora prevedo lo scontro tra i dirigenti della diaspora, che da Tunisi sono tornati a Gaza e Cisgiordania nel 1994 con Arafat, e i militanti locali della prima e seconda intifada. Potrebbero poi crescere la tensioni tra i gruppi di Gaza, molto legati ai circoli religiosi islamici, e quelli più laici della Cisgiordania».

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