Da Corriere della Sera del 13/11/2004

Bush e Blair: «Ora uno Stato palestinese»

Vertice alla Casa Bianca. Il presidente americano si impegna a costruire «un Medio Oriente pacifico e libero»

di Alessio Altichieri

WASHINGTON - Non sarebbe la prima volta che un lutto si volge in speranza, che un cordoglio partorisce buone notizie. In politica, poi, i funerali sono spesso usati per incontri tra leader che, altrimenti, non si guarderebbero in faccia. Così, più o meno, con Yasser Arafat: il leader palestinese non era ancora stato sepolto a Ramallah che da Washington si udivano parole nuove. «Un libero, pacifico, democratico Medio Oriente, basato su due Stati», Israele e Palestina, «è possibile entro i prossimi quattro anni», durante il secondo mandato di George Bush. Ci si aspettava un nuovo corso, dalla visita del premier britannico, Tony Blair, alla Casa Bianca, e qualcosa di nuovo è venuto: Bush parla ripetutamente dei «due Stati», rispolvera la road map che sembrava avere sepolto sotto il ritiro dei coloni israeliani dalla striscia di Gaza, dice che l’elezione del successore di Arafat «è il primo passo verso istituzioni democratiche» dei palestinesi, s’impegna a «spendere il capitale politico degli Stati Uniti» per questo traguardo. E Tony Blair, che quelle parole agognava, sorride soddisfatto.

Naturalmente, quando si spengono i riflettori sullo show di Bush e Blair nella East Room della Casa Bianca, cioè la conferenza stampa congiunta dei due leader, sul taccuino degli appunti non restano impegni concreti. Si preannunciava la nomina di un nuovo inviato americano in Medio Oriente, e nessuna promessa è venuta.

Si conosceva il desiderio di Blair di ospitare a Londra una grande conferenza di pace l’anno prossimo (in vista delle elezioni, vedi caso), e nessuna conferma specifica è arrivata: la conferenza si farà «se sarà utile», dice Bush, e forse in quella sede potrebbe comparire l’inviato americano. Ma il presidente non ha alcuna voglia di farsi inchiodare a gesti concreti. Ha superato le elezioni, ormai appare un uomo sicuro di se stesso, può fare ciò che vuole senza timori per la carriera. Ma non intende, per ora, andare oltre gli auspici: «Ciò che vogliamo è uno Stato democratico, indipendente, funzionante per i palestinesi».

Chi si chiedeva se la rielezione avesse partorito un George Bush diverso non ha avuto una risposta chiara. Certo è un politico più morbido, che vuole «approfondire i legami transatlantici» e promette «una visita in Europa appena possibile», dopo l’inizio del nuovo mandato, a gennaio. Anche se poi fa capire che l’Europa che gli piace di più è quella dell’Est, che ha dato il grande spettacolo dei Paesi ex comunisti appena entrati nell’Unione Europea, i quali godono di «un senso di liberazione, di fiducia in se stessi, che è il frutto della libertà». Paesi che, come lui, «hanno fede nella democrazia».

Eppure la pressione di Blair può avere convinto Bush a nuovi rapporti anche con la vecchia Europa. Ne elencava alcuni indizi ieri il New York Times , indizi che non sono prove ma possono essere uno spiraglio sul futuro: Bush, secondo il giornale, è favorevole a un maggior impegno europeo nel processo di pace, con il compito di assistere i palestinesi nel viaggio verso la democrazia.

Naturalmente non è d’accordo con chi chiede il blocco degli insediamenti nella West Bank, ma vuole collaborare. Ma sarebbe rimasto favorevolmente colpito dall’opera del presidente francese Jacques Chirac, al quale si fa risalire la mediazione che ha convinto i palestinesi a seppellire Arafat a Ramallah, rinunciando a chiedere l’impossibile, cioè Gerusalemme.

Tutti d’accordo, quindi, a riportare in primo piano il processo di pace, ma chi deve pagare il prezzo? Bush non ha dubbi: i palestinesi stessi. Il percorso politico, secondo il presidente, è chiaro: prima la democrazia, poi lo Stato. «La responsabilità della pace risiederà nel desiderio del popolo palestinese di costruire una democrazia», dice. A Israele compete «la volontà di aiutarli a costruire una democrazia». E sul resto del mondo, cioè sulle «nazioni libere», America compresa, ricade «la responsabilità di mettere in atto una strategia che aiuti i palestinesi verso la democrazia».

Qualcuno naturalmente avanza dubbi che una nazione come quella lasciata da Arafat possa diventare «amante della libertà e della libertà di parola, rispettosa dei diritti umani», visto le condizioni in cui vive. C’è chi teme, e lo dice al presidente, che dalle elezioni palestinesi, come da quelle in Iraq, possano uscire leader che magari vogliono vivere in pace con Israele o gli Stati Uniti, ma non sono necessariamente democratici. Una prospettiva simile non sfiora nemmeno lontanamente Bush, che evoca la rinascita della Germania e del Giappone nel dopoguerra: «La persona che sarà eletta dovrà ascoltare la volontà del popolo, non i capricci di un dittatore, i suoi desideri personali». Perciò, come se tenesse una lezione, non una conferenza stampa, conclude: «E’ una contraddizione in termini dire che un dittatore è eletto».

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