Da Corriere della Sera del 13/11/2004

La requisitoria esaspera lo scontro con le procure

di Massimo Franco

E’ arrivata una richiesta di condanna per Silvio Berlusconi; e da parte di un pubblico ministero, Ilda Boccassini, considerato da Forza Italia come una «toga politicizzata». Ma il suo intervento allo stralcio del processo Sme è stato un’altra goccia di veleno nel pozzo inquinato dei rapporti fra centrodestra e magistratura; con una riforma in Senato respinta dall’ordine giudiziario, e uno sciopero alle porte. Per questo, i toni della maggioranza sono perfino più alti di quanto ci si aspetterebbe. Sandro Bondi usa parole estreme, evocando «la morte della giustizia». Ma il giudizio dell’alter ego berlusconiano non è identico a quello del resto del centrodestra, che sembra optare per un profilo un po’ meno esposto. Si fa presente che era impensabile aspettarsi dalla Procura di Milano un atteggiamento diverso. Il vicepremier Gianfranco Fini, leader di An, ripete che si tratta di un «accanimento giudiziario», aggiungendo tuttavia che «non è una novità». E il leghista Alessandro Cè imputa alla Boccassini la «non neutralità politica», precisando che aspetta di leggere le motivazioni. Non solo. Nelle prime reazioni è assente l’Udc di Marco Follini.

Tocca soprattutto al partito del presidente del Consiglio, dunque, reagire. E con toni che cercano di isolare la Procura non solo dal governo, ma dal resto della magistratura e dal Paese. Tanto più nel momento in cui Palazzo Chigi è sotto tensione per il rinvio della riforma fiscale, la requisitoria sulla Sme, una storia di corruzione di giudici e conti svizzeri, fa gridare alla persecuzione. E’ l’«attacco di un nucleo d’acciaio di magistrati che fanno politica nelle aule giudiziarie», martellano i vertici berlusconiani.

Ma non c’è ancora la sentenza; e si dà per improbabile la condanna del premier. Anche per questo, a parte Antonio Di Pietro, oggi a capo di un partitino d’opposizione, nel centrosinistra si maneggia la questione con cautela. Sia i Ds, sia la Margherita evitano di avallare l’invito perentorio alle dimissioni, rivolto al premier dall’ex pm di Mani pulite. Il portavoce diessino Chiti prende nettamente le distanze, spiegando che «una richiesta di dimissioni da parte dell’opposizione può esserci soltanto quando una condanna è passata in giudicato».

Se poi arrivasse una sentenza di primo grado, secondo Chiti la decisione diventerebbe di opportunità politica; e spetterebbe al premier prenderla, e solo a lui. Si avverte il timore di un muro contro muro nel quale la sinistra sarebbe risucchiata sulle posizioni più estremiste di una parte della magistratura: uno scontro che i vertici di FI sembrano non temere, anzi. La Boccassini è la figura-simbolo scelta per legittimare la riforma voluta dal centrodestra. Brucia la sua accusa a Berlusconi, di «avere mentito agli italiani». E rafforza la volontà di arrivare alla separazione fra le funzioni di pm e di magistrato giudicante.

E’ un conflitto infinito, sotto gli occhi di un’opinione pubblica che a molti appare sempre più interdetta e stanca.

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