Da La Repubblica del 07/11/2004
Originale su http://www.repubblica.it/2004/j/sezioni/cronaca/mammegay/malame/malame...

Le mappe

Ma l'America non abita qui

di Ilvo Diamanti

Dal punto di vista delle relazioni solidali, anzitutto. Nove italiani su dieci la considerano la sponda verso cui dirigersi, in caso di gravi emergenze come nelle difficoltà quotidiane. La "rete di solidarietà" che rende sopportabili - e compensa - le inadempienze dello stato sociale. Non è una prerogativa italiana, l'importanza della famiglia a livello sociale. Un aspetto comune, a livello internazionale. Lo "specifico italiano" (condiviso, in parte, con l'Europa mediterranea) è, invece, il legame saldo che vede uniti i componenti della famiglia, nel corso della vita. Ne incrocia i destini. Dal punto di vista delle relazioni affettive, ma soprattutto del servizio. Dal punto di vista del contatto e della frequentazione. Vale la pena di riflettere su un dato che emerge dall'indagine: la "densità" e la "diffusione" territoriale della famiglia. Il 46% degli italiani dichiara di avere parenti stretti che vivono in un appartamento diverso, ma nello stesso edificio; oppure nelle immediate vicinanze. I familiari di un ulteriore 38% di intervistati abitano nel medesimo comune. Ciò suggerisce che la famiglia è cambiata. Si è scomposta, rarefatta. Ma nel solco della tradizione. In altri termini: i figli - sempre meno numerosi - mettono su famiglia e se ne vanno da casa - il più tardi possibile. Ma non si allontanano troppo. Vanno a vivere al piano di sotto, oppure al di là della strada. Così i legami di reciprocità si mantengono e si riproducono. I nipoti vengono affidati ai nonni, quando i figli vanno al lavoro. E i genitori, quando invecchiano, possono contare sul sostegno (un po' meno sull'assistenza) dei figli.

Peraltro, la famiglia cambia, nella concezione e nella pratica della società. Sostanzialmente. Oggi la maggioranza delle persone la fa coincidere con la "convivenza". Vivere sotto lo stesso tetto, senza necessariamente aver contratto il vincolo del matrimonio, civile o religioso. Non era così vent'anni fa. Basta guardare le ricerche sull'argomento. La svolta avviene fra coloro che oggi hanno cinquant'anni, sono nati dopo la guerra e hanno vissuto la rivoluzione dei costumi e dei valori degli anni 60. Ma si rafforza nelle generazioni seguenti. Tanto che oggi la "convivenza tra un uomo e una donna non sposati" è considerata accettabile "moralmente" da otto persone su dieci. Coerentemente, un'ampia maggioranza degli intervistati (sei su dieci, ma più di sette fra le persone comprese fra 18 e 44 anni) si dice favorevole a estendere i diritti delle famiglie coniugali alle "coppie di fatto". Così, la famiglia appare, in Italia, una costante dell'organizzazione sociale e dell'orientamento normativo delle persone. Ma è una "costante che cambia". Un "continuo (in) mutamento".

Un ossimoro. Il rischio, semmai, è di guardare in una sola direzione. Il mutamento oppure la continuità. Per convenienza interpretativa (e politica). Così, l'apertura degli atteggiamenti oltre i confini delle coppie coniugali risulta chiara. Ma il riferimento resta la "coppia". Otto persone su dieci, infatti, considerano legittimo che coppie non sposate possano adottare dei figli. Poche di meno sono d'accordo che una coppia che non può avere figli ricorra alla "fecondazione assistita". Il diritto all'adozione è ammesso anche per le donne "sole", ma da una quota di persone sensibilmente inferiore. Mentre la "fecondazione assistita" è percepita con sospetto, oppure suscita rifiuto, se "eterologa". Quando, cioè, si ricorre al seme di un donatore "esterno" alla coppia. Nella percezione degli italiani, quindi, la famiglia coincide con il legame stabile fra due persone, che convivono sotto lo stesso tetto. E prevede un rapporto solidale, come abbiamo detto. Ma al tempo stesso "fedele". L'80% degli italiani, infatti, ritiene "moralmente sbagliata" la relazione extra-coniugale (o meglio: esterna alla convivenza). Il che può far sorridere. Visto che suggerisce una buona dose di ipocrisia. O di prudente reticenza. Tuttavia, com'è noto, definire "morale" un comportamento, non significa osservarlo. Come avviene, spesso, in questo caso. Resta il fatto - significativo - che, in Italia, la "fedeltà" sia ritenuta una virtù della relazione familiare. E non solo in Italia.

Anche negli Usa e, come segnalano alcune ricerche, in altri paesi occidentali (ad esempio l'Inghilterra).

Abbiamo parlato, fin qui, di coppia, senza specificazione di genere. Ma è chiaro che gli italiani pensano in larga prevalenza al legame fra uomo e donna, mentre respingono quello fra omosessuali. Tuttavia, anche a questo proposito, i dati dell'indagine Demos-Eurisko suggeriscono un cambiamento in atto. La quota di italiani che condividono la possibilità del matrimonio fra omosessuali (quasi un terzo), infatti, appare tutt'altro che limitata. Pari a quella rilevata negli Usa, dove il movimento gay è molto più organizzato e ha imposto queste rivendicazioni ormai da tempo all'opinione pubblica. Mentre in Italia (come hanno messo in luce, nelle loro ricerche, Marzio Barbagli e Asher Colombo) si tratta di un argomento ancora poco noto, perlopiù eluso. E solo di recente divenuto di pubblica rilevanza, più per motivi polemici (le dichiarazioni di Buttiglione oppure di Tremaglia) che politici. Abbiamo l'impressione, dunque, che la società italiana continui ad attribuire alla famiglia grande importanza. Mentre, più di ieri, è divenuta centro del confronto su questioni etiche e di valore. D'altronde, gli orientamenti delle persone, in base alla pratica religiosa e all'orientamento elettorale, fanno osservare distinzioni rilevanti.

I cattolici osservanti esprimono, secondo le previsioni, maggiore resistenza ai cambiamenti (all'idea della famiglia come convivenza, alla liceità del divorzio, alla fecondazione eterologa, ecc.). Le stesse tendenze si registrano, in misura meno marcata, fra gli elettori di centrodestra. Il che spiega, in parte almeno, la centralità assunta da questi temi nel dibattito politico e parlamentare. E la tentazione, oggi, di evocare la "suggestione americana". In modo improprio. E' diversa la Chiesa, diverso il mondo cattolico (e cristiano), in Italia, dalla galassia di religioni e sette, che agiscono nel profondo della realtà americana. Per la consuetudine al confronto con le istituzioni e la politica, per la diffusa presenza sul territorio, per l'abitudine a misurarsi con i problemi della società. Impossibile pensare di farne un bacino di consensi neo-conservatori. Anche perché le posizioni politiche, sui temi della bioetica, scavalcano i confini degli schieramenti. Mentre l'importanza della famiglia appare condivisa e trasversale. Per questo sarebbe rischioso, oltre che miope, trasformare il confronto sulla famiglia e sulle questioni - morali e di valore - ad essa collegate in una sorta di referendum fra spirito laico e confessionale. Fra neo-conservatori e radicalriformisti. Capirebbero in pochi. E non vincerebbe nessuno.

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