Da La Repubblica del 06/11/2004

Il patto dei gruppi combattenti

Vertice di Jihad, Hamas e Fatah: "Appello all┤unitÓ"

Summit a Gaza di 13 fazioni: "Insieme per evitare la guerra civile"

di Alberto Stabile

RAMALLAH - La Muqata, oggi, ha un´aria disfatta, sonnolenta. Le bandiere precocemente a mezz´asta pendono asfittiche sui loro pennoni. Le guardie armate non si danno troppo da fare per allentare la ressa dei giornalisti ogni qual volta una macchina ufficiale si presenta davanti all´ingresso. Ma dentro quella che fu la prigione di Arafat si susseguono le riunioni. Il nucleo ristretto dei fedelissimi, prima ancora di affrontare il nodo della successione, è alle prese con un paio di problemi che è poco definire spinosi: come evitare che il vuoto lasciato dal raìs faccia definitivamente precipitare nel caos la striscia di Gaza? Come assicurare la disponibilità al dialogo con Israele senza cedere al diktat di Sharon sulla sepoltura di Arafat?

Gaza è stata negli ultimi sei mesi la spina nel fianco dell´Autorità palestinese. Sparatorie, sequestri, attentati all´auto bomba, agguati mortali contro gli uomini di Arafat hanno segnato la cronaca di una disgregazione. Legge e ordine hanno ceduto il passo all´abuso e all´anarchia. Ora il timore è che nella delicata fase della transizione la situazione possa degenerare in una forma di guerra civile. Una guerra tra bande per il controllo del territorio che gli israeliani si accingono ad evacuare.

Ed ecco che le 13 principali fazioni politiche della Striscia decidono di riunirsi nella sede del vecchio parlamento, allestito in fretta e furia nel '94, dopo l´arrivo di Arafat, per discutere come salvaguardare quel minimo di coesione che ancora esiste nella società di Gaza, evitando un bagno di sangue. Fra i vari gruppi convenuti ci sono anche quelli che nel loro programma continuano a propugnare la liberazione di tutta la Palestina e la «distruzione dell´entità sionista», come gli integralisti di Hamas e della Jihad chiamano lo Stato ebraico.

Il risultato dell´incontro è un appello all´unità che suona rassicurante alle orecchie dei dirigenti di Ramallah. Ma non altrettanto a quelle israeliane. «Siamo qui per dimostrare che siamo uniti» dice il portavoce della Jihad Islamica, Mohammed el Hindi, emerso per l´occasione dalla clandestinità. «Noi siamo una nazione che sta cercando la sua libertà e sta lottando per la sua terra, non siamo gruppi separati che combattono qui e là». Se questa è la premessa, la conclusione politica è la richiesta di varare una direzione collegiale.

Non è una richiesta campata in aria. Da mesi l´Autorità palestinese aveva intavolato un dialogo con gli islamisti per convincerli a dichiarare la tregua nella guerra terroristica che conducono contro Israele offrendo loro in cambio di partecipare alla vita pubblica. Dopo aver boicottato le elezioni del '95, le ultime celebrate nei Territori, Hamas ha infine accettato di partecipare alle prossime consultazioni locali, da cui spera di uscire rafforzata, oltre la soglia del 30 per cento ipotizzato dai sondaggi.

Ma come evitare che, agli occhi d´Israele (e non solo d´Israele ma anche degli Stati Uniti e dell´Europa che hanno bollato Hamas come «organizzazione terrorista») la richiesta di far parte di una direzione collegiale appaia come una pretesa strumentale, un tatticismo, un diversivo per superare le gravi difficoltà in cui si dibattono i gruppi intransigenti soggetti da anni alla campagna di annientamento promossa contro di loro da Sharon? Per cercare di restaurare la credibilità perduta, senza pagare un prezzo eccessivo, il primo ministro Abu Ala andrà oggi a Gaza per incontrare gli stessi promotori dell´appello all´unità.

L´altro problema con cui s´è scontrato il vertice provvisorio palestinese è l´intransigenza di Sharon nel non permettere che Arafat venga sepolto a Gerusalemme, né nella West Bank ma a Gaza. «Per noi - dice un dirigente dell´Autorità che preferisce restare anonimo - questo è un test della disponibilità israeliana a dialogare con noi rispettando alcuni basilari principi d´umanità. Se Sharon resta sordo il dialogo abortirà subito. La nuova leadership palestinese, quale che sia, non potrà incontrare i rappresentanti del governo israeliano e mantenere contatti in futuro».

L´ipotesi che Arafat venga sepolto nel cimitero pubblico di Khan Yunis appare a un altro esponente palestinese addirittura offensiva. «Arafat è il nostro presidente e merita una degna sepoltura. Ha combattuto per liberare questa terra. Se non a Gerusalemme, la sua tomba sia da qualche parte nella West Bank». Che a Khan Yunis sia sepolto il padre di Arafat non sembra un argomento valido. «Il padre di Abu Ammar venne sepolto a Khan Yunis da profugo».

La città non ha cambiato i suoi ritmi. La gente segue gli sviluppi con distacco. La mattinata di lavoro si consuma in fretta aspettando il momento di rompere il digiuno. Neder, un commerciante di scarpe ci dice che «tutto sommato i nostri dirigenti stanno facendo un buon lavoro. Chiunque sia il successore nessuno avrà la popolarità di Arafat. Da decenni viviamo in una situazione disastrosa. Quello che sarà dopo la morte di Abu Ammar non potrà essere peggiore di ciò che è stato prima».

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