Da La Repubblica del 05/11/2004
Originale su http://www.repubblica.it/2004/k/sezioni/esteri/arafat/allertaram/aller...

SIlenzio e angoscia alla Muqata, Abu Ala rafforza i poteri. Possibile l'ipotesi di una leadership collettiva

Stato di allerta a Ramallah. Così si prepara la successione

di Alberto Stabile

RAMALLAH - "No coma! No coma!" urla Abu Ala alle telecamere schierate nel cortile della Muqata come un plotone d'esecuzione in attesa del condannato. Il volto terreo, in abito blu ministeriale, il premier palestinese ha appena conquistato quello che Arafat gli aveva ostinatamente e a lungo negato: il potere decisionale sulle finanze dell'Autorità e sui servizi di sicurezza. E' il segno più evidente che il Raìs non c'è più, o per lo meno non è più in grado d'interferire. Il potere palestinese cambia pelle. Anche la Muqata, tutta tappezzata di gigantografie di un Arafat incongruamente sorridente, ha assunto l'aria di un edificio mortuario.

Mentre la tv israeliana annuncia la morte di Arafat, Ramallah consuma tranquillamente il suo hiftar, il pranzo che, ogni pomeriggio alla stessa ora, interrompe il digiuno del Ramadan. La notizia si rivelerà poi non vera, ma è un buon test per carpire in anticipo le reazioni dei palestinesi. Uno s'immagina lacrime, pianti, sparatorie. Invece non si sente volare una mosca. La città si riprende lentamente, nel chiuso delle case, dalla lunga giornata di privazioni. Ansiosi di mostrarsi pronti a fronteggiare la peggiore delle evenienze, i notabili dell'Autonomia ostentano la sicurezza dei forti.

Prima s'è riunito il Comitato esecutivo dell'Olp, adesso guidato da Mahmud Abbas (Abu Mazen). Poi il governo. Infine il Comitato centrale di Al Fatah. Era il tripode su cui Arafat reggeva il suo potere, che per quasi quarant'anni fu grande e incondizionato. Adesso è, giocoforza, frammentato. Abu Mazen, destinato a diventare il Numero 1, esercita le funzioni del reggente e, come prima mossa, ha dato al capo del governo, Abu Ala, gli strumenti per affrontare i due problemi più delicati della successione: la gestione delle risorse economiche palestinesi e la ristrutturazione dei servizi di sicurezza, diventati negli anni una pletora di milizie l'un contro l'altra armate.

Strano che di questo cambiamento negli equilibri del potere palestinese il più importante da quando la salute di Arafat ha cominciato a vacillare, né Abu Ala, né Abed Rabbo, né altri dirigenti abbiano fatto menzione pubblicamente. Le loro apparizioni davanti ai microfoni vogliono soltanto essere rassicuranti, "non è in coma", "è grave ma stabile", "seguiamo attentamente", " vi faremo sapere".

Di successione, poi, guai a parlarne. Altro che vuoto di potere. "Ci sono le istituzioni palestinesi che si stanno prendendo carico di tutto", dice sicuro di sé Saeb Erekat. Non ci sono imprevisti. Non c'è avvicendamento traumatico. C'è invece, o almeno così appare, una sorta di autolegittimazione nel nome della continuità. E' qualcosa che Simon Peres, con l'abituale pragmatismo, segue e valuta positivamente. Mentre Sharon preferisce non sbilanciarsi, il leader laburista vede la possibilità di un rilancio del processo di pace.

"Ciò che è successo - dice il nobel per la Pace - è che si sta formando una nuova dirigenza più radicata e più determinata nel portare a termine il problema della nazione palestinese. Devono soltanto correggere l'errore principale (commesso da Arafat): l'aver lasciato che il terrorismo sopraffacesse la politica".

Eppure, c'è chi guarda alla burocratica passerella in corso alla Muqata con diffidenza e malcelata ostilità.

Agli occhi di Hamas, il movimento integralista che aveva attuato una sorta di tregua tattica davanti alla lenta uscita di scena di Arafat, è venuto il momento di rimescolare le carte nella società palestinese, e soprattutto al vertice dell'Autorità. La parola magica è "leadership collettiva". Uscito di scena il monarca assoluto, i cui meriti storici e il cui carisma gli islamisti palestinesi, pur restandogli ostili, non s'erano mai sognati di disconoscere, Hamas sembra intenzionata a bloccare una successione oramai impostata per linee interne, tra gli uomini di al Fatah che sono sempre stati fedeli al Raìs.

Invece, per dirla con il portavoce degli integralisti, Osama Amdam, la morte di Arafat deve essere il punto di partenza per "riorganizzare" la società palestinese su basi diverse. E se questo è l'obbiettivo comune, la direzione collegiale è "un dovere". E Hamas non è sola, in questa richiesta. Tolto di mezzo il Signore e padrone della causa palestinese, anche un gruppuscolo minoritario e violento come il Fronte popolare per la liberazione della Palestina, che Arafat aveva cacciato ai margini dell'Olp, tenta adesso di rientrare in gioco per il tramite della direzione collettiva.

Il dopo Arafat appare, dunque, non così quieto e scontato come i notabili dell'autorità palestinese cercano di far credere in queste ore. "Non posso credere che Abu Ammar morirà - dice una delle giovani guardie che per tre anni ha protetto la vita del Raìs, mentre il cortile si svuota dei giornalisti - Sarebbe una catastrofe. Se Abu Ammar muore, morirà anche la causa palestinese".

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