Da Corriere della Sera del 01/11/2004

Nelle zone tribali, dove i bambini sono «merci» preziose

Jalalabad è uno dei centri del traffico di minori: ogni anno ne spariscono 300

di Lorenzo Cremonesi

JALALABAD (Afghanistan orientale) - Il racconto più dettagliato l'ha fatto un dodicenne solo un paio di settimane fa. «Mi ha rapito un gruppo di donne. Abbiamo viaggiato a lungo, prima in auto e poi a piedi sulle montagne del Laghman. Non sapevo cosa volessero, avevo paura. Un giorno mi hanno lasciato solo in una stanza con la porta aperta e sono fuggito a piedi per due settimane», ha spiegato alla famiglia appena scappato dai banditi e tornato nella sua casa a Regshamarkh, uno dei quartieri di Jalalabad. Non è andata altrettanto bene a due tredicenni. I loro corpi martoriati sono stati ritrovati in una capanna abbandonata nel villaggio di Barbat, tre chilometri dal capoluogo. «Erano privi di reni e cuore. Presi, rubati, non sappiamo se venduti al miglior offerente sul libero mercato degli organi, oppure già commissionati da un cliente», spiegano Nakib Achmad e Kaez Fazli, studenti di scienze politiche all'università locale.

Episodi recenti di un fenomeno antico in Afghanistan: il rapimento di bambini, spesso anche molto piccoli (3-4 anni). «Merce» destinata a alimentare il mercato internazionale della pedofilia, il traffico di organi e soddisfare una domanda molto particolare: quella dei «fantini super-leggeri» destinati alle gare di cammelli negli Emirati Arabi. «Una tradizione diffusa tra i Paesi del Golfo», spiega un funzionario della Croce Rossa Internazionale. I bambini rapiti vengono addestrati per queste gare tipiche delle tradizioni beduine. Pesano poco, vengono tenuti a diete rigorose per questo scopo, e se anche cadono dal cammello procurandosi lesioni spesso gravissime, o addirittura mortali, non importa. Sono beni spendibili, l'offerta di giovani vittime è praticamente illimitata. «Nulla di nuovo. Da sempre il nostro Paese è territorio di caccia per il traffico di bambini. Indifferentemente, in tutte le province di frontiera. Oggi la situazione politica e la destabilizzazione generale vede il fenomeno più radicato nelle cosiddette zone tribali lungo il Pakistan e tra le montagne che guardano a Oriente», sostiene Hezrat Alì, capo della polizia a Jalalabad. Sa quello che dice. A una trentina di chilometri in linea d'aria si trovano le colline di Tora Bora, l'ultima fortezza di Al Qaeda dove tre anni fa le truppe americane cercarono di snidare Osama Bin Laden. Ai nostri giorni l'intera provincia resta vittima della guerriglia, dove criminalità comune e terrorismo islamico si dimostrano pericolosamente congiunti.

Quanti bambini? In luglio il ministero dell'Interno a Kabul riportava la sparizione di 200 bambini nei 12 mesi precedenti. Secondo l’Unicef sarebbero 300. Ma sembrerebbero cifre per difetto. Dalla capitale molti sarebbero trasferiti nelle province orientali in attesa di essere contrabbandati verso il Pakistan. Come accadde il 27 giugno, quando la polizia di Jalalabad arrestò per caso a un posto di blocco i rapitori di quattro adolescenti di Kabul, che erano stati narcotizzati con uno spray. «A Jalalabad c'è almeno un rapito alla settimana. Ma nessuno lo dirà mai ufficialmente. Perché, come nel caso del contrabbando di legname e oppio, i primi a guadagnarci sono proprio gli alti quadri politici e militari locali. Per esempio, tutti sanno bene che è vietato tagliare e esportare all'estero il legname delle nostre foreste. Eppure proprio i poliziotti della provincia di Nangarhar impongono un pizzo pari a oltre 60 dollari a ogni camionista che scende con il suo carico di legna pregiata tagliata illegalmente nelle province remote e montagnose del Nuristan e si avvia a contrabbandarla in Pakistan attraverso il passo Kyber e la zona di Quetta», aggiunge Gulistan Ghaleb, giornalista per la sede locale della radio-televisione pubblica. La sua è comunque una denuncia fatta a bassa voce. «La nostra televisione è finanziata dal governo. Come possiamo accusare i nostri padroni?» ammette candidamente. E c'è di più.

A Jalalabad si racconta di bambini assassinati, i cui corpi sono stati poi imbottiti di droga e trasportati con finti funerali a Peshawar, in Pakistan. Ma parlarne in pubblico resta tabù. «Siamo stati minacciati. Io meno di anno fa venni picchiato da una squadra dello Hezb-e-Islami di Gulbuddin Hekmatyar», aggiunge un collega di Gulistan, Ghulam Faruk, riferendosi a un vecchio signore della guerra che aveva accettato di collaborare con il regime talebano e ora si è riciclato scegliendo l'alleanza con il governo del presidente Hamid Karzai. «Heykmatyar è un intoccabile perché partecipa alla divisione della torta rappresentata dalle tangenti estorte ai viaggiatori sulla strada della vallata che conduce a Peshawar», chiarisce.

Storie di ordinaria corruzione tre anni dopo la fuga in motocicletta del Mullah Omar, le infruttuose ricerche di Osama Bin Laden tra le trincee e le casematte sventrate di Tora Bora e l'allargarsi delle coltivazioni di oppio sino alla periferia di Jalalabad. Provincia difficile per eccellenza. Lo dimostrano tra l'altro i risultati delle elezioni presidenziali il 9 ottobre. Non per le preferenze dei votanti. La zona è abitata dalla maggioranza etnica pashtun, per il 91 per cento ha scelto Karzai. Ma l'afflusso alle urne è stato tra i più bassi del Paese: solo in 680. E la percentuale del voto delle donne si dimostra ben lontana dal 50 per cento di Herat o del 45 nella capitale. «Qui le donne sono state il 30 per cento. Siamo una regione montagnosa. Gli uomini spesso hanno impedito a mogli e figlie di uscire di casa», dice Nissar Ahmad, rettore dell'università. «Ma mi sembra il meno. So di alcuni villaggi chiusi nelle valli più impervie dove gli abitanti per ripicca non sono andati alle urne solo perché erano poste a poche migliaia di metri nel villaggio rivale».

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