Da La Repubblica del 05/10/2004

IL CASO

Le due Simone finite alla sbarra

di Natalia Aspesi

«Ringrazieranno la resistenza anche per i 34 bambini uccisi?» titolava l´altro giorno il solito giornale per iracondi. Poiché vive e non filogovernative come i loro detrattori, Simona Pari e Simona Torretta potrebbero diventare vittime del più crudele e scemo dei linciaggi. È cominciato infatti il tentativo di imputare loro una forma di complicità ideologica nell´inevitabile catena di sangue che continuerà a sconvolgere l´Iraq, come fossero virtualmente responsabili di ogni strage, sterminio, incatenato, sgozzato che ormai segna i nostri giorni.

Vorranno farle sentire in colpa per essere, loro vive, grazie a un riscatto e all´aiuto di tutta l´Italia, mentre continuerà lo stillicidio di assassinii: ultimo quello dei due sequestrati il cui rapimento da noi non aveva fatto notizia, anche se uno di loro era un italoiracheno che viveva in Italia dal 1980 e aveva una moglie e un figlio italiani. Quando erano sbarcate in Italia, dopo tre angosciose settimane in mano ai loro sequestratori, Simona Torretta e Simona Pari non erano affrante, terrorizzate e magari sanguinanti: sorridevano felici. Non erano avvolte in stracci fetidi ma vestivano una luminosa veste araba ricamata. Già questa situazione festosa aveva subito messo di malumore chi si aspettava di accogliere magnanimamente due miserevoli vittime inginocchiate a baciare il suolo natio e i loro salvatori, magari segnate per sempre dalla tragica esperienza. Con le prime parole le ragazze sfuggivano al quadro che ci si attendeva da loro: torture, sevizie, violenze, stupri, sentimenti fallaciani di disprezzo, odio e vendetta? Paura tanta, minacce e sgarberie certo, isolamento anche, però cibo e libri, poi la prima frase che le avrebbe incriminate come fiancheggiatrici dei terroristi: «Ci hanno trattato con rispetto».

Da quel momento quelle che poi il settimanale Time, in copertina, avrebbe chiamato eroine, sono diventate, da noi, nel solito livore del giornalismo maestro di ogni scempiaggine fegatosa: le due iconcine sbucate fuori dal cratere in ebollizione dell´Iraq, le regine del reality show, le vispe terese, due sventatelle col capriccio del burka, le Pr dell´Islam, le teresine: veline dei pacifisti dall´aspetto talebano (carine insomma ma non a sufficienza per delle protagoniste della cronaca); titolo splatter, «la danza macabra delle due Simone». E proprio nel momento in cui le ragazze erano riuscite a liberarsi dall´assedio mediatico non da loro sollecitato, il solito gentiluomo cavernicolo sentenziava: «Per favore qualcuno le faccia tacere, le Vispe Terese ci danno sui nervi. Irritano le loro dichiarazioni melense, le contraddizioni, i dietro front. Basta, non sopportiamo più il cinguettio delle Simone ingrate e presuntuose...». Alla fine, dalla notte di martedì 28 settembre alla obbligatoria conferenza stampa di giovedì 30, non è che le sunnominate teresine avessero cinguettato così tanto: nel casino generale, nell´emozione, nella gioia, purtroppo circondate da esagitati amici che parlavano al posto loro, può darsi che abbiano straparlato e non abbiano rispettato quell´etichetta che i massimi villanzoni della stampa pretendevano insultandole. Non hanno ringraziato immediatamente e singhiozzando il governo che si era dato tanto da fare per loro (e non per altri, ma questa non era colpa loro) e invece lo hanno fatto subito con i Paesi arabi e gli iracheni che avevano appoggiato la loro liberazione, come del resto aveva fatto il ministro Frattini, senza incorrere nelle ire di nessuno. Non si sono dette dispiaciute di essere tornate mentre i poveri Quattrocchi e Baldoni, ammazzati, no. Hanno cercato di distinguere tra terrorismo e resistenza, come si ostinava a fare Lilli Gruber inviata a Bagdad, suscitando brontolii ma non pernacchie. Quanto a chiedere il ritiro delle truppe, lo fa da mesi una parte dell´opposizione, l´ha appena promesso il vicepremier Fini, lo ha annunciato l´altro ieri il segretario americano alla difesa, il guerraiolo Rumsfeld. Pari e Torretta non hanno certo voluto rubare il mestiere agli addetti ai lavori, spesso più pasticcioni e contraddittori di loro: hanno parlato, essendoci ancora libertà di parola e anche di stupidaggine, da pacifiste (definizione insultante per alcuni) e da persone che contrariamente agli indignati intellettuali stanziali, hanno comunque lavorato in Iraq, accanto alla gente disperata e loro stesse rischiato di essere trucidate. Ma alla fine il problema è sempre quello: essere donna magari rende più cauti gli assassini e più generosi i liberatori: ma poi impone di comportarsi secondo quel che certe democratiche zucche maschili pretendono dalle femmine: stare umilmente zitte, dire grazie, non esprimere pensieri, chiudersi alla fine in convento di clausura ad espiare, colpevoli, il momento di gloria immeritata.

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