Da La Repubblica del 05/10/2004
Originale su http://www.repubblica.it/2004/j/sezioni/esteri/iraq35/cittadinob/citta...

IL COMMENTO

Il cittadino di serie B

di Bernardo Valli

I RAPITORI l'hanno ammazzato come italiano; le nostre autorità non si sono date troppo da fare per salvarlo perché era di nazionalità irachena. Ayad Anwar Wali era per entrambi di identità incerta. Qualcuno di sospetto per gli uni; quasi un estraneo, un cittadino di serie B, per gli altri. Viveva in Italia da più di vent'anni, a Castelfranco Veneto, aveva sposato una donna di quelle parti, era in regola con la legge, ma era pur sempre un immigrato. E quando ha deciso di ritornare nella sua patria di origine, per vendere prodotti italiani, sempre quella maledetta identità incerta gli è stata fatale.

È rimasto impigliato nel vortice della guerra civile, che molti esperti dai loro remoti e comodi osservatori danno per imminente, ma che è già in corso da tempo in Iraq. Essa imperversa e vede a confronto le forze irachene di Iyad Allawi, il capo del governo sostenuto da 140mila soldati americani, e i gruppi dell'opposizione armata, composta da un mosaico di correnti religiose e politiche, dedite alla guerriglia o al terrorismo, secondo l'intensità del loro fanatismo.

In quel clima chiunque può essere un nemico, un suo agente, chiunque può essere o diventare un traditore. Ayad Anwar Wali, non più iracheno per gli iracheni, e non ancora italiano per gli italiani, è stato inghiottito da quel vortice di sospetti, in cui tutti sono potenziali avversari: spie e terroristi. Avversari che non sono sempre frutto dell'immaginazione, perché ogni giorno uno o più kamikaze seminano la morte non solo tra i nemici armati ma anche tra i civili inermi; e ogni giorno gli aerei della coalizione, guidati da informatori, da spie, più o meno attendibili, colpiscono case o quartieri, nelle città in mano all'opposizione armata, ma abitate anche da civili.

Le regole d'una società rispettabile, come del resto quelle d'un galantuomo, ovunque egli si trovi e qualsiasi cosa faccia, sia magistrato, soldato, poliziotto o giornalista, impongono di giudicare e trattare un uomo non per quel che è ma per quel che fa.

Queste regole non sono rispettate nelle guerre. Non le rispettano né i guerriglieri - terroristi, i quali neppure si pongono il problema; né gli aerei con i colori di nazioni democratiche, i quali pur proponendosi di mirare giusto sono ben lontani dall'essere infallibili. In una mischia come quella irachena nessuno poteva avere dei riguardi per un semplice ostaggio come Ayad Anwar Wali. Un individuo senza una bandiera precisa di cui non si sapeva esattamente cosa facesse. Così ha pagato per quel che era. I rapitori l'hanno ucciso perché la sua identità era ai loro occhi ambigua. Non poteva che essere una spia. Era poco credibile che vendesse soltanto mobili italiani agli iracheni.

Per dei fanatici non si può essere un commerciante innocente nel cuore di una guerra civile. L'imprenditore di Castelfranco non aveva alle spalle un paese d'adozione disposto a difenderlo con impegno. E ancor meno a versare riscatti. Non aveva più una patria ufficiale. Pure questa era una colpa. Le autorità irachene dicevano: noi non c'entriamo, è un italiano. E quelle italiane: è un iracheno.

Non solo questo altro ostaggio massacrato ci fa sentire in qualche modo colpevoli, essendo egli stato ucciso in quanto italiano ma non difeso come tale, essendo un cittadino di serie B. La sua storia ci rende consapevoli che siamo diventati via via un po' tutti degli ostaggi. Siamo rimasti impigliati a tal punto nella vicenda irachena da dimenticare le più semplici regole della convivenza. Appena spente le emozioni, imputabili a volte più alla forma che ad autentici sentimenti, sugli ostaggi morti o salvati si accendono polemiche feroci. Gli stessi ostaggi vengono coinvolti.

Al bravo Baldoni assassinato fu rimproverato di essersi ficcato volontariamente nella trappola mortale, spinto dal suo pacifismo. Come al coraggioso Quattrocchi, pure lui assassinato, era stato rinfacciato l'impegno opposto. Le due Simone, colpevoli di avere continuato con intelligenza e nonostante le insidie la loro azione umanitaria, vengono adesso ricoperte di insulti, con titoli a piena pagina, perché hanno ribadito la loro amicizia per l'Iraq. Paese che non intendono dimenticare o rinnegare, dopo la loro avventura. In un'Italia facile alle lacrime di coccodrillo e ai pubblici piagnistei, quelle due ragazze con la schiena dritta e sorridenti hanno offerto un'immagine insolita.

Un'immagine apprezzata da giornali d'oltreatlantico, come l'americano Time, che certo non si distingue per il pacifismo. Il pessimo gusto è persino arrivato a giudicare uno spreco il milione di dollari del loro riscatto (che il governo continua a negare di avere pagato). La cattiva educazione sconfina a volte nella viltà. Si farà del sarcasmo anche per Ayad Anwar Wali, colpevole di farsi passare per un italiano? Di abusare della sua patria di adozione? Una patria riluttante nell'intervenire in suo favore?

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