Da Corriere della Sera del 04/10/2004

Rumsfeld: via dall’Iraq prima della pacificazione

«Ritiro americano quando il governo di Bagdad gestirà la sicurezza». Al Sadr: posso vincere le elezioni

di Ennio Caretto

WASHINGTON - Per la seconda volta in tre settimane, un falco dell'amministrazione Bush, il ministro della Difesa Donald Rumsfeld, dichiara che il ritiro delle truppe Usa da Bagdad potrebbe incominciare in tempi ravvicinati.

Alla tv Fox , Rumsfeld spiega che «potremmo non aspettare che l'Iraq sia del tutto pacificato, e iniziare invece a ritirarci non appena il governo iracheno sarà capace di gestire la sicurezza». Il pericolo maggiore, aggiunge il ministro, non è la guerra civile, ma la vittoria dei tagliatori di teste. «Non scorgo segni di un conflitto fratricida - afferma - mi preoccupa la gente che decapita gli ostaggi e uccide vittime innocenti, una prospettiva drammatica». Rumsfeld ammette che «nessuno si aspettava una resistenza così forte in Iraq» e che «la violenza crescerà all'avvicinarsi delle elezioni». Assicura tuttavia che il voto avrà successo, e che alla fine gli iracheni assumeranno il controllo del loro territorio.

Nell'incandescente clima elettorale americano quello di Rumsfeld appare un tentativo di dimostrare alla opinione pubblica che l'amministrazione ha un piano per vincere la pace oltre che la guerra e una «exit strategy», una via di uscita a tappe dall'Iraq. A un'altra tv, pur senza parlare di disimpegno, lo appoggia il Consigliere della sicurezza della Casa Bianca Condoleezza Rice, sostenendo che la lotta al terrorismo dà buoni frutti - «il 75% dei leader di Al Qaeda sono stati uccisi o catturati» - e che Saddam Hussein andava «assolutamente neutralizzato».

La Rice polemizza con il New York Times , secondo cui l'amministrazione sapeva fin dal 2001 che il raìs non cercava armi nucleari e mentì in merito: «E' inesatto, ci furono delle discussioni alla Cia, ma prevalse la convinzione che Saddam volesse riarmarsi con l'atomica. Solo più tardi apprendemmo che il nostro Ministero dell'energia lo smentiva».

A parere dei democratici, le dichiarazioni di Rumsfeld e della Rice sono la conferma che nell'amministrazione Bush è in corso un dibattito sul ritiro delle truppe dell'Iraq, che a cavallo delle elezioni di gennaio riceveranno un rinforzo di 10.000-15.00 militari. Si può leggere in questa luce la forte spinta del segretario di Stato Colin Powell per la convocazione di una Conferenza regionale al Cairo con la partecipazione del G8, il gruppo delle potenze industriali.

Powell non vuole solo mobilitare l'Onu, l'Ue, la Nato, la Russia e la Cina. Vuole anche e soprattutto aprire un dialogo con la Siria e con l'Iran, i Paesi limitrofi che più potrebbero interferire nelle elezioni. Il suo obbiettivo è di ottenerne la piena collaborazione nella stabilizzazione dell'Iraq, e per ciò che riguarda l'Iran discuterne le mire nucleari.

In questo quadro s'inserirebbe il progetto del leader religioso sciita Moktada al Sadr di formare un partito che si presenti alla urne.

Il New York Times svela che Sadr è disposto a smantellare la sua milizia per organizzare l'opposizione al premier Allawi. Il mullah ribelle avrebbe l'assenso del grande ayatollah Ali al Sistani, che avrebbe ricevuto di recente il suo braccio destro Ali Smesim. Smesim ha dichiarato che Sadr pone due condizioni: che le elezioni siano organizzate dall’Onu, e che gli Usa e la Gran Bretagna non interferiscano.

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