Da Corriere della Sera del 03/11/2004

Nella crisi irachena Schröder resterà sulle sue posizioni

di Paolo Valentino

BERLINO - Sul finire dell’estate, incontrando Richard Holbrooke, uno degli aspiranti al dipartimento di Stato nel caso di vittoria democratica, Gerhard Schröder gli aveva chiesto: «Cosa farebbe con la Germania John Kerry, se venisse eletto?». «La inviterebbe subito alla Casa Bianca, insieme a Jacques Chirac, per parlare dell’Iraq», era stata la risposta dell’ex ambasciatore. «Era quello che temevo», aveva ribattuto il cancelliere, tra il serio e la celia. Sono in tanti, a Berlino, a giurare che l’aneddoto sia vero. Ma anche a voler prendere per buona la smentita di Schröder, se non è vero, è ben trovato, fotografando con buona definizione le contraddizioni del cuore, che agitano il governo rosso-verde di fronte alle elezioni americane.

Berlino, allo stesso tempo, spera e teme una vittoria del candidato democratico. Socialdemocratici e Verdi sono infatti, con buone ragioni, convinti che Kerry sarebbe un presidente fortemente orientato al multilateralismo, deciso a restituire un ruolo di primo piano alle Nazioni Unite e, per quanto riguarda le specifiche ambizioni tedesche, probabilmente disposto ad appoggiare la candidatura della Germania a un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu. In questo senso, il personaggio decisivo sarebbe proprio Holbrooke, sostenitore dell’ingresso tedesco sin dagli anni Ottanta.

Ma non c’è dubbio che tutto ciò per il governo federale avrebbe un prezzo, che le attese da parte americana sarebbero molto maggiori, che soprattutto sulla questione irachena sarebbe più difficile e problematico, per Schröder, dire di no a un’eventuale richiesta d’invio di soldati tedeschi. Il cancelliere tuttavia appare irremovibile: «Vale per oggi e varrà anche in futuro: non ci saranno soldati tedeschi in Iraq», ha ribadito la scorsa settimana in un’intervista al Corriere . E non può essere altrimenti, spiega uno dei leader parlamentari del Partito socialdemocratico: «Sul rifiuto di impegnare le truppe in Iraq, si gioca tutta la credibilità e il futuro del cancelliere».

Ufficialmente nessun esponente del governo rosso-verde fa pronostici o si sbilancia. A sbottonarsi un po’ di più sono i capi socialdemocratici e verdi: «Noi ci auguriamo un cambio della guardia», dice Ernot Erler, portavoce di politica estera al Bundestag. Anche Reinhard Butikofer, presidente dei Grünen , sostiene che, con Kerry, «ci sarebbe un nuovo stile in politica estera e un tono più costruttivo nei confronti degli alleati». Ma Erler ammette che Kerry non abbia ancora delineato con precisione la sua linea di politica estera, a parte il suo atto di fede nel multilateralismo e la sua promessa di recuperare legittimità anche ascoltando il parere degli alleati.

L’opposizione cristiano-democratica, invece, non si fa troppe illusioni: «C’è un equivoco di fondo - dice il deputato della Cdu Friedbert Pflüger, esperto di politica internazionale - con Kerry non ci sarebbe alcuna svolta radicale». Nei circoli della maggioranza, circola anche la teoria che, in fondo, a Schröder starebbe bene anche una riconferma di Bush: entrambe le parti sanno infatti cosa aspettarsi l’una dall’altra e, non ultimo, al cancelliere non dispiacerebbe di continuare a profilarsi come uomo di pace, di fronte al presidente di guerra.

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