Da Il Messaggero del 14/10/2004

L’INTERVISTA

«La destra rischia al referendum»

Fisichella: riforme caotiche. Non c’è garanzia che la Lega poi rispetti i patti

di Mario Ajello

ROMA «Così come è adesso, questa riforma costituzionale ben difficilmente potrebbe trovare il consenso di tanti cittadini».

Professor Domenico Fisichella, sta dicendo che lei, vice-presidente del Senato e grande esponente della destra liberale, al referendum voterebbe contro la nuova Costituzione voluta dal Polo?
«Ci sono passaggi ulteriori da vedere, ma non si può escludere un atteggiamento critico in sede di referendum. Gli italiani che ritengono che le istituzioni non debbano essere fattori di divaricazione, ma devono tendere alla collaborazione e alla aggregazione, non condividono affatto l’impianto di questa riforma».

Lei è uno di questi?
«La mia sensazione è che il testo sia appiccicaticcio, privo di organicità e di compattezza, un assemblaggio di pezzi incoerenti, un insieme di elementi disordinati che sottopongono lo Stato al rischio di crisi e di scontri istituzionali».

Per esempio?
«Una serie di passaggi entreranno in vigore fra il 2011 e il 2016, cioè molto in là nel tempo. Mi riferisco a quelli inerenti all’elezione del Capo dello Stato. Così, il prossimo Presidente della Repubblica, nel 2006, presumibilmente verrà eletto prima del referendum. E dopo si cambia metodo».

Un pasticcio?
«Altro esempio. Una riforma federale seria, con applicazione reale, non si può fare in meno di dieci anni. Se è così, noi teniamo l’Italia in fibrillazione per dieci anni cruciali, e ciò ci renderà fragili e meno competitivi con gli altri Paesi dell’Europa e del mondo che certo non stanno fermi per aspettarci».

Quindi anche il suo partito, An, sta sbagliando tutto?
«An si è resa conto, a un certo punto, di alcune questioni e sta cercando di porvi rimedio. Per esempio, era assurda la dicitura, gradita alla Lega ma poi corretta, di ”unità federale della nazione”. Ed è stato reintrodotto il concetto di interesse nazionale, cancellato a suo tempo dal centro-sinistra. Però questa reintroduzione avviene in un quadro farraginoso».

I miglioramenti, sollecitati anche da An, sono stati molti o pochi?
«Pochi. An sta comunque accettando l’impianto della riforma per due motivi. Uno: non si vuole correre il rischio di un chiarimento con la Lega, che potrebbe portare alla rottura della maggioranza di governo. Due: si ritiene che, nel nuovo disegno costituzionale, ci sia un equilibrio fra la parte che interessa alla Lega, cioè il federalismo, e la parte che in qualche modo echeggia il presidenzialismo sotto forma di premierato forte».

Equilibrio possibile?
«Assolutamente no. Accadrà che il primo ministro sarà più forte nei confronti della propria maggioranza di governo e dell’opposizione. Ma allo stesso tempo, a causa del federalismo che indebolisce il potere centrale, sarà meno forte nei confronti delle regioni».

An poteva fare meglio?
«Una destra di impianto federalista in Italia non ha giustificazioni. E rischia un grave pericolo elettorale. Ci si sta ponendo, non solo da parte di An ma anche di altri partiti del Polo, in rotta di collisione con settori molto importanti del proprio elettorato».

Anche l’Udc, che sembrava spietata contro al riforma e ora è scesa a più miti consigli, rischia di deludere i propri votanti?
«L’Udc è un partito minore rispetto ad An. E questo significa che An ha maggiori responsabilità. Non si può escludere che, una volta ottenuto il risultato della riforma, la Lega si disimpegni dal governo o alzi ulteriormente la posta del gioco. E allora, abbiamo fatto il danno della nazione senza ottenere il vantaggio della coalizione».

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