Da Il Mattino del 11/10/2004

Parla il candidato Hamayon Shah Asifi

di Vittorio Dell'Uva

Kabul. Il dottor Hamayon Shah Asifi, candidato senza speranze alle presidenziali e iscrittosi al club dei contestatori che hanno chiesto nuove elezioni in Afghanistan, prende atto che è arrivato il momento della resa. Ha imparato durante quindici anni di permanenza in Francia che i meccanismi della democrazia non vanno troppo forzati. Sa che le leggi delle etnìe meritano pur sempre rispetto. È un pashtun come Hamid Karzai. Passi per la competizione, ma nel clan non si può procedere sulla via della contrapposizione frontale. Tanto più se si rischia di ritrovarsi al fianco pericolosi compagni di strada.

Correva voce, dottor Asifi, che dopo la denuncia dei brogli alcuni dei candidati abbiano proposto di mobilitare le milizie. La già precaria stabilità dell'Afghanistan è stata davvero messa in pericolo?
«C'è stato qualcuno tra noi che ha fatto esplicito riferimento alla possibilità di ricorrere alla violenza. Erano in due. Sono stati zittiti».

Può fare i loro nomi?
«Non mi sembra il caso. È importante che siano rimasti isolati. Non abbiamo bisogno di altre guerre anche di fronte a frodi elettorali palesi. Io ho immeditamente chiesto ai miei supporter di evitare qualunque manifestazione di protesta».

Per le contestazioni ci sono altre armi?
«Abbiamo preparato un ricorso. Dobbiamo solo aspettare. Ma non credo proprio che ci daranno ragione».

Sembra sfiduciato. Il vostro documento sarà solo un atto formale?
«Le valutazioni degli osservatori, favorevoli alla validità delle elezioni, hanno peso. La partita è chiusa. Non è realistico chiedere nuove elezioni. Dobbiamo prendere atto che milioni di afghani si sono recati a votare e rispettarli. Ma è necessario che una commissione lavori per accertare le violazioni della legge elettorale. Posso garantire che si sono verificate in molte province. Non mi riferisco soltanto all'inchiostro non indelebile che ha consentito ad alcuni di votare più volte. Noi presenteremo le prove dei brogli. Abbiamo molte persone pronte a testimoniare».

Cercate una vittoria morale?
«No, molto di più. Ci prepariamo per le prossime elezioni politiche di primavera. Quella sarà la vera battaglia per il nuovo Afghanistan. Se la verità emergesse da un onesto rapporto ne trarremo vantaggio».

Dopo la sua scelta di contestare il processo elettorale ha subito pressioni da parte dell'ambasciatore americano a Kabul?
«A me è stato proposto di accettare che un giudice svedese presieda la commissione d'inchiesta. Ho risposto che non la soluzione non mi soddisfa».

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