Da Corriere della Sera del 11/10/2004

"Così ho risolto la crisi dell'inchiostro sbagliato"

di Lorenzo Cremonesi

KABUL - La telefonata di Hamid Karzai è arrivata ieri a metà pomeriggio. «Massuda, complimenti. Lo sai che alcune donne del mio villaggio nei pressi di Kandahar ammettono che hanno votato per te? I loro mariti volevano che seguissero le indicazioni dei clan famigliari: a mio favore, naturalmente. Ma loro dicono che solo tu difendi i diritti delle donne in Afghanistan».

E' stata una telefonata molto amichevole, addirittura affettuosa. Una delle tante che il numero uno della politica afghana ha fatto nelle ultime settimane a Massuda Jalal, 41 anni, tre figli, professione pediatra, nota soprattutto per essere l'unica donna tra i 18 candidati alle elezioni presidenziali. Lei gli risponde al portatile mentre è intervistata dal Corriere della Sera . «Grazie, grazie, ci vediamo domani - dice gentile, ma decisa -. E' la terza volta in pochi giorni che Karzai mi offre il posto di vicepresidente. Ma per ora non ci sto. Prima attendiamo quali saranno i risultati del voto, poi vedremo», spiega misurando le parole.

Si dice sia stata lei a trovare la formula di compromesso per risolvere la crisi che rischiava di pregiudicare le elezioni presidenziali di sabato. Come è accaduto?
«E' vero, sono stata io a proporre la via d'uscita. Avevo ricevuto centinaia di telefonate di elettori che sostenevano che l'inchiostro fornito dall'India per marcare il dito di chi aveva già votato (una misura finalizzata a evitare che tornasse alle urne, ndr) non era indelebile, bensì spariva dopo pochi minuti di energico sfregamento con acqua e sapone. Allora mi sono consultata con l'ambasciatore americano a Kabul, Zalmay Khalizad. Poi ho annunciato la mia proposta alla conferenza stampa indetta per l'occasione: creiamo una commissione di inchiesta per esaminare se vi sono stati brogli. A guidarla dovrebbero essere osservatori indipendenti dell'Onu e dell’Europa. I rappresentanti dei candidati alla presidenza potranno solo essere presenti senza alcun diritto di voto».

Dunque a suo parere potrebbe essere necessario ripetere il voto?
«Attendiamo il risultato della commissione. Poi decideremo».

E come la mette con la massiccia partecipazione della popolazione al voto, incluse le donne?
«E' vero, è stata una partecipazione commovente, davvero massiccia. Un fatto strabiliante, la realtà ha superato tutte le mie aspettative più ottimistiche. E la possibilità che vi siano stati dei brogli è come un'ombra in un giorno eccezionalmente luminoso».

Perché rifiuta le proposte di alleanza lanciate da Karzai, sta pensando a un suo partito politico in vista delle elezioni previste per il prossimo aprile per la formazione del nuovo parlamento?
«Per ora sono concentrata sulle presidenziali. Tutto resta aperto. E io negli ultimi due anni ho sempre insistito di essere una libera cittadina che lavora per la società civile del futuro. Non voglio posizioni di potere. Quanto al partito politico tutto mio, mi sembra una chimera. Al momento non dispongo neppure dei soldi per avere una sede o un'auto privata. Se invece ricevessi dei fondi dalla popolazione afghana, potrei forse pensare a fondare un partito».

Come intende difendere i diritti delle donne in Afghanistan?
«Rispettando alla lettera la nostra nuova costituzione».

Secondo lei perché in Afghanistan le elezioni sono state tanto popolari mentre in Iraq il voto previsto per la fine di gennaio 2005 è messo seriamente in dubbio?
«In Iraq gli americani sono visti come invasori dalla maggioranza della popolazione. Non in Afghanistan, non loro e neppure i loro alleati. Questo perché abbiamo la massiccia presenza dell'Onu e delle organizzazioni europee. Se l'Onu intervenisse anche in Iraq probabilmente la situazione sarebbe molto migliore».

L'errore più grave di Karzai?
«Dipende troppo dai signori della guerra. All'inizio ha cercato il loro sostegno e ora ne è diventato vittima. Così impera la corruzione, ogni decisione è sempre il risultato di mediazioni con i gruppi armati. Lo Stato ne è indebolito».

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