Da Il Mattino del 11/10/2004

Le elezioni in Afghanistan

di Vittorio Dell'Uva

Kabul. Appaiono un po’meno baldanzosi i «congiurati di Kabul» mentre escono dalla casa di Abdul Satar Sirat, uno di loro, che era apparso come il contestatore più acceso. Più che ottenere davvero nuove elezioni, dopo la denuncia di brogli, speravano di poter mettere nell'angolo Hamid Karzai per contrattare fette di futuro potere. Hanno sbattuto contro più muri riportando qualche ferita politica. Agli occhi di osservatori internazionali non c’è alcun motivo per tornare alle urne. Nè pare che ci siano prove concrete del tentativo di manipolare il voto. Piuttosto, a giudizio di Robert Barri che guida l'équipe dell'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, la «richiesta di annullamento è assolutamente ingiustificata» e costituirebbe uno schiaffo «per milioni di elettori che vogliono passare «dal regno delle armi allo Stato di diritto».

La FEFA, «Fondazione afghana per le elezioni libere e giuste» e che godrebbe di un certa autonomia, non ha tardato a metterci qualcosa di suo. «Non ci sono state intimidazioni, nè vere violazioni della legge elettorale nei seggi» ha dichiarato il portavoce Saed Niati citando rapporti dai suoi delegati sguinzagliati in ogni parte del Paese. La commissione elettorale mista formata da afhgani e rappresentati delle Nazioni Unite ha confermato che sarà istituita una commissione di inchiesta.

La prima a comprendere che sarebbe stato eccessivo insistere nella richiesta di annullare le prime elezioni democratiche afghane, è stata Massouda Jalali, l’unica candidata donna che pure si era lasciata andare a giudizi infuocati. Dopo una notte che deve averle portato consiglio, è giunta alla determinazione che «di fronte alla altissima partecipazione al voto» perseverare sarebbe stato diabolico oltre che politicamente dannoso. Meglio limitarsi a denunciare la «vergogna di certi errori compiuti dagli scrutatori che non sono stati messi in condizione di utilizzare l'inchiostro indelebile e di evitare che alcuni elettori votassero più volte».

La breccia che si era aperta veniva da altri allargata. Mohamed Mahaqiq, uscito a sua volta dal «cartello» anti-Karzai andava in moschea a spiegare ai suoi elettori che «se una commissione indipendente accerterà che le elezioni sono state legittime bisognerà prenderne atto». La pattuglia degli irriducibili non tardava a ridursi. Alle 7 di ieri i nove rimasti e riuniti in casa Sirat decidevano che abbassare i toni sarebbe stato molto più produttivo. La richiesta di una nuova consultazione non sarebbe più stata avanzata. A convincerli deve avere contribuito non poco Zalmay Khalizad l'ambasciatore degli Stati Uniti a Kabul.

Hamid Karzai, passata la fase più violenta della bufera, si è consentito qualche osservazione severa dopo avere elegiato il suo popolo: «L'Afghanistan ha vinto, quindici persone che dissentono non possono annullare il voto di milioni di cittadini», ha spiegato prima di impartire una piccola lezione di democrazia: «Non è importante chi vince, quelle che vanno rispettate sono le scelte del popolo».

Va da sè che nella propria elezione fortemente ci spera anche sulla base di sondaggi artigianali che gli assegnerebbero il sessanta per cento dei voti contro lo striminzito 10 del suo avversario più quotato, il tagiko Yunus Kanuni, famoso comandante militare della Alleanza del Nord. Giocherebbero a favore del benvoluto Karzai anche l'alta percentuale di votanti, che sfiorerebbe il novanta per cento e l'adesione massiccia alla sua linea del milione di profughi che hanno votato in Pakistan ed in Iran. A loro la svolta democratica offre la grande opportunità di rientro.

Per la consacrazione annunciata occorrerà comunque aspettare fine mese. E non perchè le operazioni di scrutinio siano particolarmente complesse. Urne che viaggiano a dorso di mulo dovranno arrivare dalle località delle montagne. Per i trasferimenti delle schede alle otto «counting house» dove si procederà allo spoglio sono previste straordinarie misure di sicurezza assolutamente giustificate. Il terrorismo che ha mancato l'appuntamento annunciato con il giorno delle elezioni, è indotto a prendersi qualche sanguinosa rivincita come dimostra l'assalto costato la vita a due poliziotti, nella provincia di Orzurgan, ad un camion che trasportava le urne. Ieri alla task force Cobra formata da 400 alpini è toccato il compito di scortare un convoglio da Sorobi, città fedele al ribelle Hektamiar, fino a Kabul lungo una delle strade più pericolose del Paese.

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