Da Corriere della Sera del 07/10/2004

Per il governo «giorno storico», ma il Paese non fa festa

La Borsa cresce meno del previsto, niente manifestazioni di piazza. Le tv trasmettono l’Inno europeo

di Antonio Ferrari

ISTANBUL - Non si vedono, per le strade del Paese, le manifestazioni di giubilo che sempre accompagnano un evento gioioso e imprevisto, anche perché l'unico imprevisto, stavolta, era la materializzazione di un incubo: la notizia di un rifiuto. Le prime reazioni dei turchi al positivo annuncio di Bruxelles segnalano una soddisfazione profonda, ma contenuta. La Borsa è cresciuta del 3,5 per cento, meno del previsto. Tuttavia le televisioni nazionali diffondono generosamente le note trionfali dell'Inno alla gioia di Beethoven. Come se il traguardo europeo, sognato da Kemal Ataturk, voluto dai suoi successori e inseguito per 40 anni fosse ormai vicinissimo. Dimenticando, come diceva Mao, che vedere un vascello che compare sulla linea dell'orizzonte è illusorio. L'approdo non è vicino, perché può passare molto tempo prima che la nave raggiunga il porto.

Poco importa. Ieri, all'ora di pranzo, i turchi hanno assistito in diretta tv alla frantumazione di un tabù. L'Ue non è più un club cristiano irraggiungibile perché, commenta la gente di Istanbul parafrasando (al contrario) Don Abbondio, «questo matrimonio si dovrà fare perché è indispensabile a entrambi». Persino quella temuta terminologia («il sì condizionato» della Commissione europea), sulla quale si erano irrigiditi, analizzando le anticipazioni del rapporto, politici ed editorialisti, è stata ridotta a un'ombra fastidiosa, che non può guastare una «giornata storica», come l'ha definita il ministro degli Esteri Abdullah Gul.

Due generazioni di politici laici, come Turgut Ozal, Suleyman Demirel, Erdal Inunu, Bulent Ecevit, Mesut Yilmaz e la signora Tansu Ciller avevano costruito faticosamente, seppur con molti errori e incidenti di percorso, le basi per realizzare il sogno. Ma il primo vero successo l'ha ottenuto il meno laico dei premier della Turchia moderna: l'islamico moderato Recep Tayyip Erdogan, che dopo il trionfo elettorale di due anni fa ha dato stabilità al Paese, ha avviato un piano di riforme(ritenute da Bruxelles tassative) sui diritti umani, sulle libertà politiche e sul rispetto delle minoranze, ma ha fatto riaffiorare le ambiguità che hanno sempre reso difficile il cammino di Ankara. Il silenzio del premier sulla morte delle 5 ragazze, annegate la scorsa estate perché, nel rispetto interpretativo delle leggi islamiche, gli uomini non potevano tuffarsi per salvarle in quanto il contatto fisico è una «contaminazione», ha irritato i laici e ridisegnato l'incubo. La Borsa è crollata due mesi dopo, a causa dell'annuncio del governo, poi ritirato frettolosamente, di voler ripristinare l'adulterio come reato penale.

E' vero che per condannare un adultero, nell'Islam, occorrerebbero quattro testimoni oculari, ma la sola idea di riattivare la norma punitiva, abolita nel 1996 dal giurista Sezer, oggi capo dello Stato, contraddiceva tutte le aperture annunciate dal premier, troppo solerte nel voler compiacere la base conservatrice e radicale del suo partito.

«Però, alla fine, Erdogan è un realista. Il suo governo ha una solida maggioranza in Parlamento e può osare quello che le laiche e traballanti coalizioni del passato faticavano persino a pensare. Quindi, il primo ministro va giudicato nei fatti», dice Bulent Eczacibasi, ex presidente della Tusiad (la Confindustria turca) e ora al vertice di una holding: settore edile e agricoltura.

«Il pronunciamento dei 25 leader dell'Ue, a metà dicembre, sarà fondamentale, ma ora quel che conta è spiegare all'opinione pubblica europea quanto abbiamo fatto per realizzare le riforme che ci sono state richieste. E convincerla che il nostro impegno è garantito. Sappiamo che il cammino è lungo, ma non ci saranno retromarce».

Con identico spirito, la giovane imprenditrice Arzuhan Dogan Yalcindag, al vertice di un impero editoriale, guida l'iniziativa di un gruppo di donne laiche che vogliono spiegare alle europee perché «le diversità culturali non sono un limite ma una ricchezza». La prossima settimana, il 12 e 13, l'iniziativa, che ha già raccolto importanti adesioni, verrà presentata a Bruxelles. In questa corsa, che il «via condizionato» di ieri ha accelerato, non sono assenti le Forze armate, soddisfatte per il pronunciamento della Commissione ma anch'esse vittime di una congenita ambiguità: da una parte devono rinunciare ad influenzare la vita politica del Paese, come chiede l'Ue; dall'altra sono rocciose e leali custodi del laicismo di Ataturk, che fu irresistibilmente attratto dalle democrazie europee.

Lo storico Giovanni Ricci, docente all'università di Ferrara e autore del saggio Ossessione turca , ha ricostruito 600 anni di giudizi e pregiudizi dell'Occidente nei confronti del grande Paese musulmano, intrecciati in un rapporto di odio-amore «intenso, tormentato, impastato di terrore, deprecazione, ma anche curiosità, attrazione e malcelata ammirazione». Quell'ossessione non è ancora svanita, però oggi la Turchia, che comincia davvero la sua navigazione verso il porto dell'Ue, è un Paese profondamente cambiato, almeno nella volontà di rappresentare l'ideale modello di un Islam moderato, democratico e riformista. Dovrà dimostrarlo. Non sono previsti esami di riparazione, ma solo bocciature.

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