Da Corriere della Sera del 07/10/2004

Una banda di fratelli teneva gli italiani

I verbali dei carcerieri di Agliana, Cupertino e Stefio interrogati dagli americani

di Giovanni Bianconi

ROMA - L’emissario dei sequestratori arrivò al negozio di prodotti agricoli nel primo pomeriggio di venerdì 4 giugno, «tra le 14 e le 14 e 30», ricorda Hamid. Maurizio Agliana, Umberto Cupertino, Fabrizio Quattrocchi e Salvatore Stefio erano stati rapiti 54 giorni prima, il 12 aprile. Quarantotto ore più tardi, il 14, Quattrocchi venne assassinato e per i tre ostaggi italiani rimasti in vita cominciò una lunga prigionia. Da poco tempo a loro s’era aggiunto un ostaggio polacco, Jerzy Kos, sequestrato il 1° giugno. «Dovresti custodirli per quattro giorni al massimo, il luogo dove sono ora non è più sicuro», disse l’emissario ad Hamid, che accettò l’offerta. L’aveva già fatto, e conosceva l’emissario: si chiamava Abu Zakaria, un vecchio commilitone nelle forze speciali irachene. «La ricompensa sarà pagata in dinari, e intanto ti diamo un anticipo di cento dollari», aggiunse Zakaria. «Li terrò nella scuola, e chiamerò mio fratello ad aiutarmi nei turni di sorveglianza», rispose Hamid; nel negozio di famiglia stava dando una mano, il suo vero lavoro era quello di guardiano (dotato di mitra AK47) nella scuola di Al Rasheed a Mahamudiya, una trentina di chilometri a sud di Bagdad: quella che sarebbe stata l’ultima prigione di Agliana, Cupertino e Stefio.

Quattro giorni dopo, l’8 giugno, un gruppo d’assalto della Coalizione fece scattare il blitz che portò alla liberazione dei tre ostaggi italiani e del polacco Kos. Hamid fu arrestato insieme al fratello, Hamad. A quattro mesi dall’operazione, l’ambasciata Usa in Italia ha finalmente trasmesso alla Procura di Roma - che li ha iscritti nel registro degli indagati per il reato di sequestro di persona - i loro nomi completi: Hamid Hillal Fuad Al Gurari, 34 anni, nativo di Bagdad, e Hamad Halal Hamod Al Obadi, nato ad Al Rasheed nel 1979. Per la prima volta gli americani svelano l’identità degli ultimi carcerieri dei tre italiani, ma l’informativa dei carabinieri del Ros che analizza i verbali d’interrogatorio condotto dai militari della Coalizione contiene anche altri nomi: quello di un terzo arrestato, Muhammad Al Zubayer, 45 anni, bloccato mentre trasportava 40 colpi da mortaio che gli sarebbero stati consegnati da un altro fratello della famiglia dei carcerieri, Abu Uthman, e di ulteriori persone coinvolte nella gestione del sequestro: da Abu Zakaria al suo complice Abu Abdullah, fino a un interprete di lingua inglese chiamato Nazar, recatosi nella scuola-prigione insieme al cugino Haytem.

I racconti di Hamad e Hamid coincidono nella sostanza ma divergono su alcuni particolari. Entrambi confermano che fu l’ex compagno d’armi di Hamid, Abu Zakaria, a consegnare gli ostaggi alla famiglia che vive di agricoltura e di altre saltuarie occupazioni, in cambio di denaro. «Zakaria sta studiando per diventare imam», racconta Hamid, che nulla saprebbe del gruppo originario dei rapitori ma avrebbe avuto indicazione sul futuro degli ostaggi: «Dovevano essere portati presso il Centro Islamico di Bagdad, su disposizione di alcuni teologi». Agliana, Stefio, Cupertino e Kos giunsero alla scuola custodita da Hamid la sera di sabato 5 giugno. Zakaria e il suo complice Abu Abdullah giunsero a bordo di un furgone Toyota, mentre gli ostaggi erano su un furgone Kia guidato da un altro bandito a volto coperto. Hamad e Hamid stilarono i turni di sorveglianza dei prigionieri e coinvolsero un quarto fratello della numerosa famiglia, Bassam, per portare i pasti. Zakaria passava la sera a controllare la situazione.

Domenica 6 giugno entra in gioco l’altro protagonista della fase finale del sequestro, l’interprete Nazar. La sera, «tra le 22 e le 22.30», Hamid lo incontrò nella moschea chiamata Noor-Al-Islam insieme al cugino Haytem, e portò i due alla scuola: «Durante il tragitto li informai della questione degli ostaggi e chiesi loro di aiutarci parlando con i prigionieri». Nazar e il cugino restarono con i tre italiani e il polacco fino al mattino di lunedì, per poi tornare la sera, «quando si fecero delle fotografie con gli ostaggi». Questo particolare, riferito da Hamid, riscontra quanto già riferito da Salvatore Stefio ai magistrati romani, e permette di ipotizzare che sia stato proprio Nazar a «tradire» la banda e portare i soldati americani fino alla scuola-prigione.

«Un carceriere giunto negli ultimi giorni, di nome Nazar - ha raccontato Stefio - mi ha detto che voleva delle prove, magari una foto o un numero di telefono, da dare a un suo amico, in modo che questo suo amico poteva far intervenire gli americani...». Sempre Nazar svelò a Stefio l’imminente uccisione di almeno uno degli ostaggi: «Disse che gli avevano detto che uno di noi doveva essere ucciso, ma lui aveva trovato la scusa che la batteria della telecamera per riprendere l’esecuzione era scarica, e quindi non era pronta». Era un modo per guadagnare tempo, in attesa del blitz. «Nazar ci fece una foto, con me che gli davo la mano, e questa io l’ho vista in mano agli americani...», ha detto ancora Stefio.

La mattina di martedì 8 giugno Hamid tornò alla scuola intorno alle 6, Nazar e Haytem se ne andarono. «Tre ore dopo arrivò Hamad con la colazione», ha raccontato il carceriere agli americani, e alle 12 scattò l’operazione per liberare gli ostaggi, con la cattura dei due fratelli-carcerieri. Di Nazar e del cugino Haytem nessuna traccia: la sparizione (insieme ad altre ricompense) è probabilmente il prezzo pagato per la segnalazione agli americani. Ma nessuna traccia neppure di Abu Zakaria e di Abu Abdullah, accusati da Hamid di essere i veri «responsabili del sequestro degli ostaggi». Secondo le indicazioni dei detenuti, e degli americani che ne hanno trasmesso i verbali all’Italia, «l’individuazione e l’arresto dei due soggetti presentano notevoli difficoltà, poiché le informazioni fornite dagli arrestati sono scarse, imprecise e spesso contrastanti».

Hamid ha ammesso di aver fatto la guardia anche a un altro ostaggio dei guerriglieri iracheni, un giornalista francese che probabilmente è Alex Jordanov, rilasciato il 14 aprile scorso. Tuttavia dice che il suo coinvolgimento nel sequestro degli italiani è stata «un’eccezione». Ma gli americani scrivono nei loro rapporti che «il detenuto ha una conoscenza molto più grande circa gli eventi che avvengono all’interno e nella zona di Bagdad, specialmente per ciò che riguarda il sequestro degli ostaggi».

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