Da La Repubblica del 07/10/2004

Il brutto anatroccolo

di Massimo Giannini

IL GOVERNO Berlusconi non cadrà sulla Finanziaria. Ma nel centrodestra la narcosi del conflitto (che è un effetto della svolta "moderata" del Cavaliere) non può nascondere la nevrosi della politica (che è una conseguenza della natura disomogenea della coalizione). Le ruvide polemiche esplose in questi giorni dentro la maggioranza, dalla farsesca vicenda del "pedaggio ombra" sulle strade statali allo stralcio di ben 17 norme imposto dal presidente della Camera, confermano che questa legge di bilancio è un brutto anatroccolo di cui ben pochi, nella Casa delle Libertà, hanno la voglia e il coraggio d´assumere la paternità. È una manovra d´emergenza. Ed è insieme incompleta e impopolare, lassista e rigorosa.

La nevrosi nasce da qui. Il ministro del Tesoro ha l´obbligo di riportare il disavanzo del 2004 al 2,9% del Pil, contro un tendenziale che viaggerebbe verso il 5%. Questo obbligo ha un costo sociale pesante: 24 miliardi di euro, di cui 17 miliardi incardinati su misure correttive permanenti. I partiti del Polo avvertono l´esigenza di sostenere, o quanto meno di non colpire i rispettivi blocchi di rappresentanza. Questa esigenza può avere un costo politico elevato: emendamenti clientelari, assalti alla diligenza, sfondamenti dei limiti di spesa. Il presidente del Consiglio sente il dovere di offrire agli elettori almeno uno straccio dei mirabolanti sgravi Irpef che aveva annunciato nel 2001, e che ha rilanciato pubblicamente nel fine settimana. Questo dovere ha un costo finanziario aleatorio: si parla di 6 miliardi nel 2005, ma nessuno sa come saranno distribuiti e con quali fondi saranno coperti.

Sul piano tecnico, la Finanziaria è la somma algebrica di queste dissonanze. Riflette il tentativo di conciliare l´inconciliabile. È severa, perché abbatte il deficit e fissa un tetto del 2% alle spese. Ma è anche lasca, perché non dice su cosa si applica il tetto e si affida a misure tampone, come i 7 miliardi di una tantum. È selettiva, perché incide su specifici "pezzi" di società. Ma è anche recessiva, perché i tagli insistono soprattutto sulle spese in conto capitale (quindi gli investimenti) e regressiva, perché la stangata si abbatte sui beni a domanda rigida (le sigarette) e su quella che Luigi Einaudi chiamava «l´imposta sugli stupidi» (il gioco del Lotto). Siniscalco fa del suo meglio per accontentare tutti. Il suo "metodo" fa già scuola. Stupisce per la sua apparente originalità. Ma al di là dell´apparenza, siamo alla giustapposizione sostanziale delle istanze più diverse. Lo facevano già i migliori democristiani. Il ministro, di nuovo e di suo, ci mette una indubbia "modernità". Contabile, mediatica, e perfino lessicale. Come ha scritto Tito Boeri, in questa manovra economica l´inasprimento fiscale diventa "manutenzione della base imponibile", le riduzioni di spesa diventano "incrementi nominali e uniformi", le vendite degli immobili pubblici diventano "valorizzazione dell´attivo di bilancio". Ma alla fine il risultato non cambia. Le tasse restano tasse. E i tagli restano tagli.

E in questa Finanziaria, forse per la prima volta in tre anni di centrodestra al potere, tasse e tagli rischiano di incidere soprattutto sulla carne viva dell´impresa e del lavoro autonomo. Visto che non sarebbe possibile né accettabile chiedere sacrifici alle famiglie monoreddito, ai giovani disoccupati e ai pensionati al minimo, Siniscalco non può che bussare al vasto popolo della partita Iva, rimasto "orfano" di Tremonti. A questo ceto sociale, nel 2001, il Cavaliere aveva garantito una "rivoluzione reaganiana". Il vincolo internazionale della congiuntura e l´incapacità interna del governo l´hanno fatta naufragare in fretta. La "Berlusconomics", se mai ne è esistita una, ha inventato allora un escamotage. Ha usato la leva dell´euro (e la voluta, totale assenza di controlli sull´implementazione della moneta unica nel mercato domestico) per generare un silenzioso ma colossale trasferimento di ricchezza. Dalle tasche dei consumatori a quelle dei commercianti, dei grossisti, dei produttori. Queste categorie, adesso, sono chiamate a riaprire parzialmente i portafogli. A questo serve l´aggiornamento degli studi di settore, cui non a caso il Polo ricorre in una fase ciclica drammatica. Avrebbe potuto farlo già due anni fa, visto che la legge istitutiva del ´93 consente una revisione quadriennale degli studi di settore, e l´ultima è stata fatta solo nel ´98 dal governo dell´Ulivo. Lo fa oggi, perché non ci sono alternative, se non quella (impensabile) di bastonare ancora una volta il reddito fisso.

Sul piano politico, la Finanziaria è dunque l´ovvio parafulmine sul quale si scaricano le tensioni poliste di questi giorni. Urla la Lega, che vede minacciati i "padroncini" del Nord e che in aula accusa il Tesoro di far pagare i pedaggi solo agli automobilisti «in Padania», mentre esenta «i romani che viaggiano sul raccordo anulare». Strepita An, che con Fini denuncia gli alleati «che incrinano i rapporti nella maggioranza», ma intanto cerca compensazioni locali e micro-settoriali alla stagione di vacche magre che si profila nel pubblico impiego. Si barcamena l´Udc, che attraverso Casini cerca di ripulire la manovra almeno dalle nefandezze più scandalose che già contiene: dai fondi per una imprecisata "Arcus Spa" alle erogazioni per «la bonifica delle acciaierie di Genova-Cornigliano». Il tutto, nell´improbabile attesa che il famoso e salvifico «collegato», tanto caro a Forza Italia e al suo capo, riversi sul Paese chissà quanti miliardi di euro, sotto forma di risparmi d´imposta sul reddito e di risorse per la competitività del sistema. Tranne Berlusconi, nel centrodestra non ci crede nessuno. Non ci sono i soldi per finanziarlo. E anche se si trovano, sarà un´altra partita di giro: il fisco restituisce con una mano quello che ha già preso con l´altra. Il totale fa sempre zero. I leader del Polo lo sanno. Per questo, anche se non cadono, ricominciano a litigare. Con una Finanziaria del genere, ciascuno di loro punta solo a una demagogica "riduzione del danno". Non è granché, per l´invincibile armata che aveva promesso all´Italia il nuovo "miracolo economico".

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